lunedì 10 novembre 2014

#Pbf2014 - 7 novembre: Björn Larsson con Franco Cardini e Dacia Maraini con Joseph Farrell

Dopo aver importunato editori su editori, alle cinque, con fare elegante e disinvolto (...) mi sono recata in Sala Pacinotti per assistere all'incontro tra Björn Larsson e lo storico Franco Cardini. Entro in sala e il disagio è molto forte: l'incontro precedente non è ancora finito! E in più mi accorgo che il programma su internet e il programma cartaceo differiscono: scambi di sale ed orari che hanno destabilizzato un po' le persone. Il mio amico Francesco, che teneva un sacco a questo incontro, non l'ha trovato! E quindi il mio racconto è dedicato soprattutto a lui :-). 
L'occasione dell'incontro era la presentazione del libro illustrato Ivar e Svala: fratelli vichinghi, in cui "il rigore scientifico dell'autore [Franco Cardini] si abbina a sorprendenti illustrazioni curate da maestri delle immagini per bambini: le tavole di Lucio Villani [...] campeggiano in prima pagina, capaci di una forza narrativa pari o superiore a quella dei testi" [La Stampa]. Il volume fa parte della nuovissima e fiammante collana di Laterza Celacanto, creata per raccontare la storia ai ragazzi; avevo seguito con entusiasmo questa importante novità editoriale, e sentirne parlare dal vivo è stato proprio emozionante.
Franco Cardini infatti ha sottolineato la necessità di ricostruire il dialogo verticale tra generazioni: la cultura non è informazione, non è educazione, e nemmeno conoscenza. È invece la capacità di rimettersi in discussione. Così adesso lui lo fa parlando del mare: vorrebbe lasciare da parte autori che ama come Melville o Conrad; potrebbe parlare di Ulisse e mettere il Mediterraneo in primo piano... Gli è stato chiesto di cimentarsi invece con il Mare del Nord e dei Vichinghi, che è un tema oggi di grande attualità. Dopo aver ricordato l'impossibilità di pensare alla nostra cultura senza riferirsi all'acqua, Cardini passa la parola a Larsson, che, sollecitato dal dover scrivere la prefazione sulla letteratura marittima di un'edizione francese di Conrad, ha iniziato una ricerca sul mito del mare come fonte di ispirazione letteraria. Ciò di cui Larsson si stupisce è il fatto che vi siano un sacco di libri sul mare, ma per quanto riguarda la narrativa i nomi sono sempre i soliti: Conrad, appunto, e Melville, e Stevenson. Scrittori che invece si proponevano di raccontare la realtà, come Balzac o Zola, non hanno mai porti o navi nei loro libri: non esiste il proletariato di mare in letteratura (e io invece penso immediatamente ai Malavoglia, che infatti poi Cardini ricorderà). Si parla sempre di Ulisse, poi, come stereotipo del navigatore errante dei mari; ma lui è un soldato! Ha nostalgia di casa, naviga perché vuole tornarvi, non è un marinaio, è un pessimo marinaio! È quindi molto difficile trovare un gran romanzo di mare, come ci sono invece grandi romanzi della terra. Il mare non è luogo di lavoro nell'immaginario degli italiani, ma nemmeno degli stranieri: Maupassant navigava ma non ha mai scritto sul mare, così come Dumas. Rimane dunque un mistero il perché sul mare non esista una grande letteratura (su questo si era interrogata anche la rivista letteraria inglese Granta); una risposta che è stata data è il fatto che i porti siano stati ormai esclusi dalle città, e siano diventati stazioni veloci, puntuali, asettiche.


Franco Cardini riprende la parola, e ricorda il grande viaggio in mare verso l'Asia che Tiziano Terzani ha raccontato in Un indovino mi disse [TEA], ed io penso a quel gran figo di Jón Kalman Stefánsson (di cui ho parlato qui), che in Paradiso e inferno [Ipeborea] racconta una potentissima storia di mare ed amicizia. Insomma, questo incontro ha fatto girare tantissimo la ruota dei cricetini che abitano il mio cervello, e quindi ho annuito e fatto cenni di approvazione e disapprovazione, e sorriso consapevole e incuriosita. Tantissima roba (yo). 

E così, visto che ormai ero a sedere, e la Sala Pacinotti era gremita di persone per l'arrivo dell'Ospite d'Eccezione, sono rimasta a sentire anche un evento che non avevo preso in considerazione, e che invece si è rivelato meraviglioso: l'incontro tra Dacia Maraini e il Personaggio Rivelazione del Pisa Book Festival, Joseph Farrell.
Fonte: http://www.dellaportaeditori.it/autori/joseph-farrell/
Praticamente non vedevo l'ora di venire a casa per scoprire chi fosse costui, ed è presto detto: è professore emerito di italianistica presso la University of Strathclyde di Glasgow! Ma davvero? Ma ommioddio! 
La mia ignoranza non conosce limiti, ma grazie a questi eventi posso darmi un tono; praticamente lui è un mega esperto di cultura e teatro della Sicilia, è Cavaliere della Repubblica Italiana perché diffonde nel mondo l'amore per il nostro Paese, è un critico teatrale finissimo, è Vincitore del Premio Flaiano di Italianistica del 2013 e ha pure scritto un libro intervistando Franca Rame [Non è tempo di nostalgia, DellaPorta, 2013]! Ma soprattutto è un oratore nato, mi ha fatto schiantare dalle risate, quell'umorismo da sgomitate complici e testa all'indietro. Amore! 

Chiudiamo il momento fangirl e torniamo all'incontro in Sala Pacinotti. Come ho detto i lettori hanno salutato la madrina del Festival riempiendo la sala fino a scoppiare, ed hanno ascoltato incantati le parole di questa immensa rappresentate della Storia Culturale e Letteraria d'Italia. Il mio amico Joseph la definisce nomade, intellettualmente nomade. Lei si ritrova un sacco in queste parole, ed inizia a raccontare la storia della sua infanzia: il nonno scultore e fascista della prima onda, il padre antropologo ed il loro insanabile contrasto, segnato da un litigio in cui Fosco Maraini strappò davanti agli occhi del padre la tessera del fascio, uscì di casa e non vi fece più ritorno. Non volle più dipendere dal padre, e si trasferì a Fiesole, dove campava a stento. Dacia Maraini ricorda il suo sangue misto: madre italo-cilena, padre toscano-inglese, ed il suo essere sempre stata in viaggio; si considera quindi nomade, ma si considera italiana perché parla italiano. Perché la cultura di un Paese non è data dalla religione, né dai confini, né dalla bandiera: la cultura è lingua. E poi, nonostante abbia vissuto otto anni in Giappone, si considera europea quando viaggia (e qui mi volevo alzare e urlare "Anch'io Dacia l'ho sempre pensato!!! Cuori!" Però mi sono data un contegno e sono stata buona buona sulla mia seggiolina). 
La scrittrice racconta poi dei libri che c'erano nella casa di famiglia, l'unica loro ricchezza: erano talmente poveri che non si potevano permettere di comprarle un cappotto, indossava quello del nonno; non aveva il cappotto, ma aveva i libri. Ed anche la musica, la musica classica. Il discorso si sposta poi sulle dolorose memorie degli anni passati in un campo di concentramento in Giappone, e del successivo ritorno in Sicilia, che Dacia Maraini ha potuto conoscere prima che venisse attuata la rapina del territorio che ha deturpato questa terra meravigliosa, distruggendo in maniera irredimibile quell'incredibile bellezza. E racconta poi della mafia, che negli anni Sessanta era ancora un tabù linguistico, a conferma del punto massimo di presenza dell'organizzazione criminale in Sicilia.


E poi il racconto più bello: il suo essere, prima di una scrittrice, una lettrice: lettrice vorace, appassionata, che si è sempre portata dietro un libro per ogni occasione: da borsa, da tasca, da valigia: qualsiasi momento possibile è dedicato alla lettura, e il suo preferito in assoluto è quello del treno (cuoriabbestia). Successivamente viene il piacere della scrittura: Dacia Maraini ha un lettore ideale a cui si rivolge, chiunque abbia voglia di leggerla. Non si immagina però chi costui possa essere (bellina!). I suoi libri nascono spontaneamente, i personaggi si impossessano di lei e vogliono essere raccontati, le sue sono storie che germinano nella sua testa e piano piano si allargano, e devono essere scritte. Una volta creato, il personaggio va un po' per i fatti suoi (e qui Joseph Farrell con espressioni bellissime manifesta un po' di perplessità^^). Concludo con il commento di un'insegnante che prima di porgere a Dacia Maraini una domanda, le dice che con le sue parole «le ha fatto leggere l'ascolto». Meraviglia.

Si chiude così la prima giornata del Pisa Book Festival: carica di borse ed amore, faccio ritorno alla macchina distrutta ma raggiante, non osando neanche immaginare quello che mi riserveranno le giornate successive. E penso che sono esattamente dove vorrei essere, ed è il pensiero più felice del mondo. 

B.

2 commenti:

  1. Sei riuscita a trasmettere così bene le emozioni di questi primi incontri che mi hai dato quasi l'impressione di esserci stata anch'io, quel giorno, seduta in sala ad ascoltare questi formidabili oratori. Corro a leggere il prossimo ;-)

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    1. Ale, è la cosa più bella che tu mi potessi dire :').

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