Quando ho letto la recensione di Fofi, lo dico in tutta onestà anche perché ieri il Mondo Cina ha festeggiato l'Anno della Capra, il buon Christopher Isherwood era per la sottoscritta un emerito sconosciuto. Mi interrogo spesso su queste mancanze, e le vivo pure un po' male. Certo, avrò letto da qualche parte il suo nome, ma non lo avevo mai incontrato nelle mie letture né tanto meno nei miei studi, cosa reputo a dir poco riprovevole. Così invece de La violetta del Prater dall'Immenso Goffredo recensita, ho voluto leggere quello che viene considerato il capolavoro di questo scrittore inglese, ovvero Un uomo solo, pubblicato da Adelphi. I miei spavaldi criceti nel cervello si sono allora messi in moto, e ho ricollegato il titolo al film di Tom Ford A single man, con quel gran pezzo di gnocco di Colin Firth, basato proprio sul romanzo di Isherwood. Film che ancora non ho visto, nonostante me lo fossi ripromessa più di un anno fa. Complimentoni. Dopo questo preambolo sullo stile mi pento e mi dolgo dei miei peccati, ne approfitto per conferire a questa recensione un tono più serio del solito, perché ho amato tantissimo Un uomo solo, e in maniera del tutto arbitraria mi sento di inserirlo nel filone dei romanzi dello stream of consciousness, che è il mio cavallo di battaglia. Rullo di tamburi, si comincia!
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venerdì 20 febbraio 2015
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