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mercoledì 27 gennaio 2016

Il Giorno della Memoria e un libro da leggere

Mario Biani per il Manifesto del 27/01/2016

Non ho mai amato il Giorno della Memoria. Da quando a scuola, a partire dal 2005, onoravamo il minuto di silenzio, ai giorni nostri, in cui la maggior parte delle genti si riempie la bocca di frasi omologate e banali, per poi tornare il resto dell'anno a perpetrare orrori quotidiani. Mi è sempre sembrato un giorno dell'ipocrisia, piuttosto, vedendo il mondo ancora pieno di genocidi non riconosciuti, di segregazione, di odio nei confronti del diverso, di rabbia cieca e desiderio di sterminio, di popoli resi disumani, di stragi dimenticate. La Shoah, ovviamente, mi ha sempre fatto paura. Tanta paura. Se messa di fronte alla scelta di vedere L'Esorcista o un film su Auschwitz, avrei difficoltà a decidere. Eppure ne ho visti. Ho pianto. Tanto. Ho studiato anche, ho letto libri di storia, in particolare uno che vi consiglio tantissimo, La violenza nazista. Una genealogia di Enzo Traverso [Il Mulino, 2010], dove si ricostruiscono le cause di uno degli orrori più grandi dell'età contemporanea. Il problema, ecco, è che sembra che questo Giorno della Memoria non stia servendo proprio a un bel niente. Guardiamoci intorno. Solo questo.

A giugno del 2014, però, ho letto un libro consigliato dall'Immenso Goffredo, sempre per il Progetto di Lettura (qui la sua recensione). Un librino piccolo, nemmeno 80 pagine, di uno scrittore svizzero che solamente Fazi si sta filando, e menomale. Il libro in questione è Un ebreo come esempio di Jaques Chessex [Fazi, 2011, traduzione di Maurizio Ferrara]. Un racconto che prende la forma compiuta del romanzo che tutti, dannazione, dovrebbero leggere. Siamo in un grosso paese della Svizzera francese, Payerne, nell'aprile del 1942, quando Chessex era un bambino. La storia infatti è vera, e lo scrittore ci serve sotto gli occhi una cronaca fredda e annichilente. Gli abitanti del borgo sono già accecati dal fanatismo antisemita, derivato dal malcontento generale, dalla perdita di ricchezza, dall'ignoranza. Bisogna trovare a chi dare la colpa, e chi meglio dei parassiti ebrei? In particolare un tipo tremendo, Ischi, che lavora in un garage, un tipo volgare, ignorante, violento, fomentato dai discorsi terribili del pastore Lugrin, che inneggia all'odio e alla vendetta. Ichi vorrebbe elevare il suo stato diventando capo della sezione locale del partito nazista. Per fare questo, deve dare il buon esempio: ammazzare un ebreo come se fosse una bestia, per dimostrare all'intero villaggio che tali sono i giudei. Viene così designata la vittima, un padre di famiglia, svizzero da generazioni, buono, retto, il mercante di bestiame Artur Bloch. La descrizione dell'omicidio è raccapricciante, Lugrin scappa in Germania, e Ischi e i suoi complici si fanno incastrare. Uno strazio. Molti anni più tardi, lo scrittore incontrerà per caso il pastore Lugrin in un caffè, che pronuncerà parole incredibili e feroci: 
lei crede, giovanotto, di potermi intimidire con una storia vecchia?... Crede di farmi vergognare con la storia di quell'ebreo? Ho un unico rimpianto, badi bene. E' di non averne indicati altri ai miei amici. Ai miei amici, capito?
In un'oretta di lettura lo scrittore riesce a comunicare l'orrore, l'abominio e l'assurdità di cui l'Europa si è macchiata, mettendo a nudo quei meccanismi che purtroppo non riescono a lasciare l'essere umano. Da far conoscere e diffondere. 

B.

lunedì 25 gennaio 2016

Buon compleanno, Virginia!


Il 25 gennaio 1882 nasceva, in quel di Londra, non solo una delle scrittrici più rappresentative del XX secolo, ma anche una donna che avrebbe dato vita a una delle mie passioni letterarie più grandi. 
Virginia Woolf ha avuto la fortuna di nascere in una famiglia acculturata abbestia, il su babbo era niente meno che Leslie Stephen, editore del dizionario Biografie degli uomini illustri, e sua mamma faceva la modella per i pittori più fighi dell'epoca. Tra fratelli naturali e di primo letto dei genitori, c'era sempre un gran casino in quella casa, che era anche sempre piena di intellettuali, politici, uomini di cultura vari che se ne stavano a discorrere beatamente in casa altrui. Virginia, nonostante il clima mega-yeah in cui cresceva, non poteva frequentare istituti scolastici per le repressive regole dell'epoca vittoriana, ma Madre le insegnava le lingue e Padre le faceva leggere i libri di sgamo. Poi alla nostra adorata piaceva un sacco andare nella casa al mare, ma quando la madre morì, nel 1895, il signor Stephen venderà l'amata dimora estiva, e Virginia inizierà a manifestare le prime crisi depressive. Quando anche il padre morrà, nel 1904, Virginia subirà il primo internamento in una clinica psichiatrica. Dopodiché, insieme al fratello Thoby e alla sorella Vanessa, si trasferirà nel quartiere di Bloomsbury, dove prenderà vita il noto circolo di intellettuali che animeranno per oltre un trentennio la cultura e la letteratura inglesi. Lì sì che si poteva parlare a ruota libera di tutto e di più, senza moralismi, ipocrisie, baggianate vittoriane varie! Lì sì che ci si poteva bullare di far parte di un gruppo ganzo abbestia! E proprio lì Virginia amore nostro incontrò il suo Leonard Woolf, che sposerà nel 1912. Nel 1915, da gggggiovane gggggiovanissima, pubblica il suo primo romanzo, The Voyage Out [La Crociera], e tra le altre cose ebbe anche una relazione con la poetessa e scrittrice Vita Sackville-West, relazione che la segnò molto profondamente sia a livello artistico che privato. Virginia scrive, appoggia le suffragette, pubblica romanzi e saggi per il pubblico intellettuale e già in vita avrà un successo enorme. Nonostante tutto, però, la Virgi continua a vivere nel disagio, e quel tesorino di Leonard, nel 1917, fonda insieme a lei la Hogarth Press (che, come Wikipedia giustamente ci ricorda, ha pubblicato tra gli altri Katherine Mansfield, Italo Svevo, Sigmund Freud, T.S. Eliot, James Joyce e la stessa Virginia, per dire). Grande femminista e utilizzatrice dello stream of consciusness, non riesce a reggere le violente crisi depressive, e il 28 marzo 1941 si toglierà la vita lasciandosi annegare. 

venerdì 20 febbraio 2015

11. Christopher Isherwood, Un uomo solo

Quando ho letto la recensione di Fofi, lo dico in tutta onestà anche perché ieri il Mondo Cina ha festeggiato l'Anno della Capra, il buon Christopher Isherwood era per la sottoscritta un emerito sconosciuto. Mi interrogo spesso su queste mancanze, e le vivo pure un po' male. Certo, avrò letto da qualche parte il suo nome, ma non lo avevo mai incontrato nelle mie letture né tanto meno nei miei studi, cosa reputo a dir poco riprovevole. Così invece de La violetta del Prater dall'Immenso Goffredo recensita, ho voluto leggere quello che viene considerato il capolavoro di questo scrittore inglese, ovvero Un uomo solo, pubblicato da Adelphi. I miei spavaldi criceti nel cervello si sono allora messi in moto, e ho ricollegato il titolo al film di Tom Ford A single man, con quel gran pezzo di gnocco di Colin Firth, basato proprio sul romanzo di Isherwood. Film che ancora non ho visto, nonostante me lo fossi ripromessa più di un anno fa. Complimentoni. Dopo questo preambolo sullo stile mi pento e mi dolgo dei miei peccati, ne approfitto per conferire a questa recensione un tono più serio del solito, perché ho amato tantissimo Un uomo solo, e in maniera del tutto arbitraria mi sento di inserirlo nel filone dei romanzi dello stream of consciousness, che è il mio cavallo di battaglia. Rullo di tamburi, si comincia!

mercoledì 4 febbraio 2015

10. William Trevor, Notizie dall'Irlanda

Mi rendo conto che all'inizio del Progetto, soprattutto, ho spesso cambiato i titoli proposti da Fofi a seconda del mio estro del momento e della disponibilità della biblioteca in cui lavoravo. Questo non vi sconvolge più di tanto, vero, vero? Ad esempio, in questo caso, l’Illuminato Goffredo ci proponeva, dello scrittore irlandese William Trevor, Leggendo Turgenev. All'inizio della suarecensione lo definiva però “Maestro del racconto”, e citava la sua raccolta Notizie dall'Irlanda. E allora, visto che ero ormai lanciatissima su quel fronte e che in biblio la raccolta era presente (su su in cima allo scaffale), ho inforcato la scala, sprezzante del pericolo, mi ci sono arrampicata e ho afferrato il polveroso volume edito da Guanda.


martedì 27 gennaio 2015

9. Amos Oz, Tra amici

Ci sono casi in cui queste mie ri-recensioni mi sembrano del tutto inutili e soprattutto ridondanti, perché la recensione del Saggissimo Goffredo è già di per sé un capolavoro dell'arte della narrazione, tanto risulta esplicativa, evocativa, efficace. Ormai però mi ci sono buttata, non mi tiro indietro, e vi beccate anche il mio pensiero su questa meravigliosa raccolta di racconti del pluripremiato scrittore israeliano. Ovviamente di Amos Oz non avevo letto alcuna opera; avrei potuto iniziare da qualche suo lavoro precedente, giusto per coglierlo negli anni migliori poiché scrive dagli anni Sessanta, ma la recensione di Tra amici mi aveva talmente colpito, e il fatto che ci fosse in biblioteca mi aveva talmente entusiasmato, che in tre giorni mi sono divorata i suoi racconti. E poi Fofi continua a scrivere, giusto un paio di settimane fa, che «Oz non è soltanto il miglior scrittore israeliano di oggi (Yehoshua si è infiacchito, Grossman non li ha mai raggiunti), è anche uno dei migliori in assoluto nel mondo». E allora bomba!

 

lunedì 19 gennaio 2015

8. Peter Cameron, Un giorno questo dolore ti sarà utile

Ammetto di aver dubitato della recensione di Fofi dal titolo "Sedurre senza convincere", e di aver pensato vabbè, però insomma, magari questo scrive abbestia bene e magari a me riesce a sedurmi e pure a convincermi! L'opinione del Saggio Goffredo verteva tra l'altro su Coral Glynn, romanzo del 2012 dell'americano Peter Cameron, ma io ero rimasta troppo incuriosita dal suo precedente titolo, per l'appunto Un giorno questo dolore ti sarà utile, pubblicato nel 2007 da Adelphi. E allora dallo scaffale della biblioteca ho preso proprio quest'ultimo, e in week-end me lo sono letta. 
Ora. Parliamoci chiaro. Piacevole è stata piacevole come lettura, però ecco. Come lettura agile del sabato mattina sotto il piumone, coinvolgente ed intrigante, senza ombra di dubbio. E poi basta. Come Fofi sono rimasta sedotta senza restare però del tutto convinta, anche se credo vorrò leggere altri romanzi di Cameron, quando avrò voglia di una storia scritta bene, un po' più leggera del solito. 


lunedì 12 gennaio 2015

7. Felisberto Hernández, Nessuno accendeva le lampade

Goffredo Fofi, nella sua recensione, invita a leggere la nuova edizione di "un gioiello della letteratura fantastica", che laNuovafrontiera ha meritatamente ripubblicato nel 2012, nella traduzione di Francesca Lazzarato. Io invece ho letto i racconti di Hernández nella ormai introvabile edizione Einaudi del 1974, custodita chissà per quali motivi nella biblioteca dove ho lavorato. Insieme alla raccolta di Nessuno accendeva le lampade, l'edizione Einaudi contiene anche il racconto Le Ortensie e altri scritti, che laNuovafrontiera ha pubblicato in un altro volume uscito nel 2014. Il merito della casa editrice romana è immenso, perché ha riportato in vita una serie di storie strane che si ergono senza dubbio a capolavori della letteratura mondiale. 


sabato 22 novembre 2014

6. Arno Camenisch, Dietro la stazione

Dopo una veloce, rilassante (...), letteralmente buzzing ma soprattutto mega diabetica (metaforicamente e fisicamente parlando) tappa londinese, eccomi di nuovo sul pezzo. L'occasione è quella di parlare di un librino che ho a dir poco adorato, Dietro la stazione di Arno Camenisch. La recensione di Fofi rende merito all'editore Keller per scovare tali gioiellini, ed io non posso che essere d'accordo, a fronte soprattutto della meravigliosa chiacchierata con Roberto Keller al Pisa Book Festival (che potete leggere qui). 
Dietro la stazione è un libriccino da leggere tutto d'un fiato, e che sin dalle prime righe ti catapulta in un mondo completamente altro, dove però, allo stesso tempo, ogni cosa sa di intimo e di familiare. Si ha come l'impressione, infatti, che sia un libro le cui pagine potrebbero essere infinite: vi si narrano le storie di un paesino di 40 abitanti nel cantone dei Grigioni dal punto di vista di un bambino (di cui non sappiamo né il nome né l'età), e veniamo a conoscenza di un universo costellato da piccole cose, semplici ma straordinarie. Si sospira con l'alternarsi delle stagioni, si fa amicizia con gli strambi individui del villaggio, si sorride per le nuove scoperte dei bambini e per le loro avventure, si assapora la saggezza degli anziani, si corre per i prati, si guarda il cielo terso della montagna.  E già qui ciao, ma c'è anche di più: perché Arno Camenisch scrive in una lingua meravigliosa, un misto tra tedesco e romancio che la traduttrice Roberta Gado ha reso magistralmente. Si tratta di un parlato davvero buffo, credo però che il senso sia quello della ricerca di una mimesi il più possibile aderente alla realtà che lo scrittore ha voluto raccontare.  Insomma, come scrive Fofi, un gioiello da far scoprire e da condividere; aggiungo che personalmente trovo sia un libro perfetto per l'autunno/inverno, a partire dalla meravigliosa copertina. E poi quando si tratta di dialetti e montagna, con me si è fatto proprio centro.

Il 26 settembre poi stavo guidando, in una rara e fredda giornata di sole, verso la biblioteca dove ho svolto il tirocinio post-laurea; ero felice come non mi capitava di esserlo da tanto tempo, accendo la radio su Fahrenheit e sento Loredana Lipperini che intervista Arno Camenisch a proposito del suo ultimo libro, Ultima sera. Parlano anche di Dietro la stazione, dei personaggi che lo abitano, e non lo so, mi vengono i brividi dall'emozione, e divento ancora più felice. Così al Pisa Book mi sono ovviamente comprata l'ultimo capitolo su questo paesino incantato, e non vedo l'ora di leggermelo.




In sintesi:

  • Paese: Svizzera.
  • Prima edizione originale: 2010.
  • Data recensione Fofi: 9 maggio 2013. 
  • Pagine: 107.
  • Periodo di lettura: 2-3 gennaio 2014.
  • Consigliato: abbestia. 
B.     

martedì 21 ottobre 2014

5. Carlo Bernari, Tre operai

Avvertenza: sto per tirarvi un pippone allucinante. Poi non dite che non vi avevo avvertito. 

Goffredo Fofi recensisce l'ultima edizione di Tre operai di Carlo Bernari, uscita nel 2011 per merito di Marsilio, che ha curato una collana di tascabili interamente dedicata al Novecento italiano. Applausi. Io ho però letto il romanzo in una vecchia edizione Mondadori, anzi in due: quella del 2005 e quella 1975, ovviamente la mia preferita: pagine ingiallite e odore di storia. Tre operai è il romanzo d'esordio (e a detta di tutti, il migliore) del buon Carlo Bernari, che in realtà di cognome faceva Bernard perché la sua famiglia era di origine francese. Ma lui è nato a Napoli, ed infatti si inserisce a bomba nel filone dei meridionalisti. Questo romanzo è frutto di diverse riscritture, ed esce nel 1934 per merito di Cesare Zavattini, a cui l'autore dedica appunto le sue sudate carte, perché era stato l'unico che ci aveva creduto abbestia. E a ragione, aggiungo io! Per i temi trattati il romanzo fu curiosamente male accolto dal regime fascista, che ne vietò la diffusione. Fine dei cenni storici.

Al ginnasio avevo un curioso professore di italiano leggermente affezionato al Neorealismo; come conseguenza, io, i miei compagni ed intere generazioni di studenti, alla tenera età di quattordici-quindici anni ci siamo sparati libri leggeri e scorrevoli come Fontamara di Silone, Gente in Aspromonte di Alvaro, Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi. Roba che andava giù come niente, insomma. Dopo Fontamara (tanto tanto amore) ho attraversato un periodo di disagio infinito (toh!) e quindi ho un attimo perso le fila della questione, ma dentro di me ormai si era sedimentata la passione per quel tipo di letteratura, che ho continuato a coltivare in anni più felici. Metello, Il sentiero dei nidi di ragno, La ciociara, Uomini e no, solo per citare alcuni dei capisaldi della mia biblioteca. Insomma, tutto questo per dire che ho letto Tre operai con gioia, trionfo e nostalgia.

Si tratta di una storia dove (stranamente) il disagio regna sovrano. È un disagio triste, cupo, che ti si attacca ai vestiti e non concede niente. I tre operai in questione sono Teodoro, il protagonista, Anna, uno dei personaggi femminili più ben delineati della narrativa italiana contemporanea, e Marco. Si incontrano inizialmente in una lavanderia industriale di Napoli, tra i fumi tossici, i macchinari antiquati e le speranze represse. La città stessa è lontanissima dai ritratti paesaggistici che ne erano stati fatti fino ad allora, ed assume invece il carattere della metropoli che ti opprime e ti risucchia, dove piove costantemente e tutto appare slavato e malinconico. I tre personaggi vi si muovono e ne sono respinti, tant'è che cercheranno di fare fortuna altrove, Teodoro e Marco a Taranto, per poi passare anche dal fronte, ed Anna a Roma. Alla fine però si ritroveranno a vivere tutti insieme, in una misera casetta fuori Napoli, sprofondando sempre più nella desolazione e nel baratro. In mezzo, i dissidi interiori sulla lotta di classe, la rivoluzione operaia, l'occupazione delle fabbriche del 1921; l'ascesa del regime fascista, l'impossibilità di combattere, l'immobilismo come condizione esistenziale. Teodoro vorrebbe solo essere libero, ma nemmeno lui sa cosa sia questa libertà tanto aspirata. Anna muore, divorata dalla malattia, e la sua morte è «un emblema disperato di solitudine» [Geno Pampaloni].

Oltre alle tematiche affrontate, che hanno contribuito a designare Tre operai come romanzo anticipatore del Neorealismo (anche se in questo caso i personaggi non incarnano nessun ideale di progresso, non sono eroi positivi, bensì poveri cristi), la novità di Bernari è quella di utilizzare una struttura narrativa nuovissima per l'ambiente letterario italiano (retaggio della sua giovinezza passata a fare scorribande negli ambienti avanguardistici parigini): la terza persona, infatti, concede delle incursioni nella mente di Teodoro, facendoci assaggiare dei pezzi di monologo interiore che costringono ancora di più a fare i conti con la vita spezzata, ansiogena e senza direzione del protagonista. Bernari però trova lo spazio anche per commoventi momenti di lirismo, che lo avvicinano comunque al Decadentismo ancora dominante in Italia.

Se ancora non si è capito, questo romanzo va letto assolutamente, perché è parte integrante del nostro dna, perché è inspiegabilmente poco conosciuto, perché è come ricevere uno schiaffo dritto in faccia, tante sono le riflessioni che porta a fare sull'Italia di oggidì. Vi lascio con un tocco sentimentalista e di parte, tratto dalla Prefazione a Il sentiero dei nidi di ragno scritta da Calvino nel 1964 per una nuova edizione del suo primissimo romanzo, uscito nel 1947.

Il "neorealismo" non fu una scuola. (Cerchiamo di dire le cose con esattezza). Fu un insieme di voci, in gran parte periferiche, una molteplice scoperta delle diverse Italie, anche - o specialmente - delle Italie fino allora più inedite per la letteratura. [...] La caratterizzazione locale voleva dare sapore di verità a una rappresentazione in cui doveva riconoscersi tutto il vasto mondo: come la provincia americana in quegli scrittori degli Anni Trenta di cui tanti critici ci rimproverarono di essere gli allievi diretti o indiretti. 
In sintesi: 

  • Paese: Italia.
  • Prima edizione originale: 1934.
  • Data recensione Fofi: 22 settembre 2011.
  • Pagine: 207.  
  • Periodo di lettura: 27-31 dicembre 2013.
  • Consigliato: abbestia

B.

lunedì 13 ottobre 2014

4. Emmanuel Carrère, Limonov

La recensione di Fofi è in questo caso particolarmente magnetica ed ispirante, e a lettura ultimata ho trovato che rendesse assolutamente giustizia a questo originalissimo romanzo. I superlativi e gli avverbi si sprecano, ma vi assicuro che questo libro, edito da Adelphi, è un trip allucinante. 

Praticamente Carrère nel 2006 si trova a Mosca, durante la silenziosa manifestazione commemorativa dei parenti delle vittime del teatro della Dubrovka, e tra la piccola folla scorge un volto noto, quello di Eduard Limonov: lo aveva conosciuto a Parigi all'inizio degli anni Ottanta, quando appariva come «un tipo sexy, smaliziato, spiritoso, che sembrava al contempo un marinaio in libera uscita e una rock-star». Erano i tempi in cui le case parigine raccoglievano i nuovi scapigliati, tra cui appunto questo strano scrittore russo, che «non era un romanziere: sapeva raccontare soltanto la sua vita», ma ci riusciva benissimo.
Anni dopo, il giornalista francese Patrick de Saint-Exupéry stava preparando il lancio di una rivista di attualità, e chiese a Carrère un argomento per il primo numero. Lui rispose subito, senza indugio, Limonov, che nel frattempo aveva fondato in Russia il Partito Nazional Bolscevico. Così i due si incontrano nuovamente, passano due settimane insieme, e l'idea iniziale di un articolo si trasforma presto in un romanzo-biografia-reportage incentrato sulle gesta di questa sorta di anti-eroe, che sembra talmente assurdo da essere frutto della fantasia dell'autore, e che invece è quanto mai reale.

Una delle costanti che il lettore ritroverà in questo libro è infatti il senso di straniamento che deriva dalla sensazione di stare leggendo una storia realmente accaduta, perché Emmanuel Carrère riesce nel difficile compito di trasformare una vita, già di per sé avventurosa, in Letteratura. Perché con Limonov riesce a raccontare una storia che riguarda tutti noi, anche se ci sta parlando di un individuo che «è stato teppista in Ucraina, idolo dell'underground sovietico, barbone e poi domestico di un miliardario a Manhattan, scrittore alla moda a Parigi, soldato sperduto nei Balcani; e adesso, nell'immenso bordello del dopo comunismo, vecchio capo carismatico di un partito di giovani desperados». Non tutte le parti del romanzo, suddiviso nelle varie fasi della vita del protagonista, hanno destato in me lo stesso interesse, ma nel complesso è stata una lettura appassionante e molto intrigante, che spinge nell'abisso della sovversione dei canoni tradizionali di bene e male, come deve sempre fare, a mio avviso, la buona Letteratura (come viene sottolineato anche su questo bell'articolo pubblicato su minima&moralia).

Proprio oggi, per caso, mi sono imbattuta in un articolo su Doppiozero, in cui Marco Belpoliti prosegue la conversazione iniziata al Festivaletteratura di Mantova con il professor Gian Piero Piretto, a proposito di Putin e dell'animo russo. Si tratta di un pezzo molto lungo ma allo stesso tempo estremamente piacevole ed interessante, che si prefigge di esplorare le peculiarità di un popolo dalle infinite sfaccettature. Tra i vari concetti delineati, due in particolare mi hanno fatto pensare a Limonov, quello della malinconia russa e quello dell'eterno conflitto tra Occidente e Russia, perché penso a Limonov come all'incarnazione di tale opposizione: lui è stato ed è, allo stesso tempo, dentro e fuori la Russia, rappresentante contemporaneo della fine di un sogno, e come ci ha mostrato Carrère, una leggenda vivente contro il cinismo dilagante. 

Ritorno un attimo alla mia consueta idiozia, abbandonata non so perché in questo post, dicendo che niente, questo libro è tanto tanto figo! 

In sintesi: 
  • Paese: Francia.
  • Prima edizione originale: 2011.
  • Data recensione Fofi: 24 ottobre 2012.
  • Pagine: 356.
  • Periodo di lettura: 6-26 dicembre 2013.
  • Consigliato: abbestia.
B. 

domenica 5 ottobre 2014

3. John Le Carré, Il nostro traditore tipo


Quando ho letto la recensione di Fofi, ho subito pensato che il momento fosse giunto. In barba ai miei soliti canoni, mi sono detta Bea, ce la puoi fare, hai letto Guerra e Pace, è arrivata l'ora di una spy-story. Confortata dall'opinione del buon Goffredo sulla «immensa superiorità di le Carré sui giallisti e noiristi alla moda», mi sono armata di coraggio e ho iniziato la lettura de Il nostro traditore tipo (Our Kind of Traitor, Mondadori); con entusiasmo, mente aperta e tanta buona volontà. 

Man mano che le pagine andavano avanti, però, la fatica si faceva sempre più sentire, la noia aveva la meglio e dovevo tornare indietro perché riuscivo solamente a pensare "ma a me che cavolo me ne frega". Niente. Non sono riuscita ad immedesimarmi in un personaggio uno, per un motivo o per l'altro tutti mi hanno infastidita, dal russo cattivo/buono Dima, il capo clan, a quello stolto di Perry che gioca a tennis e non si capisce mai quel che vuole fare, a quella drama queen della sua fidanzata che si è affezionata abbestia alla figlia intellettuale di Dima, che tra l'altro ha una moglie matrona russa davvero imbarazzante. I temi poi sono classici, denaro sporco, servizi segreti ambigui, bene e male che si confondono, disagio internazionale. 

Ho penato davvero un sacco per arrivare alla fine, ma senza nessun tipo di curiosità. Semplicemente ho capito che queste storie non fanno per me, anche se mi sono ben resa conto della qualità della scrittura e dell'intelligenza dell'autore, che ovvio non è il primo venuto, ma un pluri-ottantenne ex agente della CIA che di romanzi di spionaggio ne ha scritti a pacchi. Tra l'altro nel 2011 mi ero vista al cinema La Talpa (Tinker Tailor Soldier Spy), film diretto da Tomas Alfredson tratto appunto dall'omonimo romanzo di Le Carré, e devo dire che non mi era affatto dispiaciuto, tutt'altro. Quindi la mia personale conclusione è che forse forse proverò a dare un'altra possibilità al genere, giusto per poter dare o meno un no definitivo, magari cimentandomi proprio con la lettura de La talpa. Però, più avanti.

In sintesi: 

  • Paese: Inghilterra.
  • Prima edizione originale: 2010.
  • Data recensione Fofi: 28 novembre 2010.
  • Pagine: 333.
  • Periodo di lettura: 27 novembre - 5 dicembre 2013. 
  • Consigliato: se vi piacciono gli intrighi internazionali, i patriarchi russi e gli inglesi incerti, allora sì.
B.       

martedì 30 settembre 2014

2. Elizabeth Strout, Olive Kitteridge

In realtà la recensione di Fofi parlava di Resta con me (Abide with Me, 2006), il romanzo precedente della scrittrice americana Elizabeth Strout, che però in Italia è stato pubblicato dopo Olive Kitteridge (2008), sempre da Fazi. Dopo questa difficilissima premessa, come si è capito avevo deciso di leggere proprio Olive Kitteridge, e perché era disponibile nella biblioteca dove lavoravo, e perché leggendo la trama ho pensato immediatamente, mio! Si parla di provincia americana? Presente! I protagonisti sono gli abitanti di una piccola comunità di una immaginaria cittadina del Maine? Eccomi qua!

Per scrivere di questo libro devo partire dalla conclusione: è bellissimo. Lo so che è un commento da bimbetta, ma è così, non ci sono altre parole per dirlo meglio. Lo ho letteralmente divorato, non riuscivo a staccarmi dalle sue pagine, anche se in realtà cercavo di centellinare la lettura, non potevo pensare di finirlo in così poco tempo! Ancora a distanza di mesi, ora che mi rimetto a pensarci, mi sento di nuovo catapultata nel paesino dove vive Olive Kitteridge, me la vedo accanto, visualizzo la sua struttura imponente, mi sembra addirittura di sentire la sua voce. Olive è la protagonista di questo romanzo dalla particolarissima struttura narrativa. Elizabeth Strout intesse una serie di racconti in cui Olive, per un motivo o per un altro, in alcuni di più e in altri di meno, è sempre presente, e deve un po' giocare il ruolo scomodo di chi ha uno sguardo più ampio sul mondo circostante. 

Le storie che vi sono narrate sono la quintessenza del disagio: vite comuni sgretolate da tragedie grandi o piccole, malinconici personaggi in cerca del senso della propria esistenza, sordide meschinità, paura della morte ma anche della vita. Le scrittura di Elizabeth Strout è asciutta e lineare, se vogliamo minimalista, ma al tempo stesso coinvolgente ed emozionante. Le sue storie mi hanno ricordato un po' le atmosfere narrate da Carver in Cosa parliamo quando parliamo d'amore, ma qui, complice un personaggio come quello di Olive Kitteridge, si riesce a scorgere, anche se in lontananza, un barlume di speranza, un accenno di quell'amore totalmente inariditosi nell'umanità raccontata da Carver. 

Una cosa stupida che penso di questo libro, e che mi ha immensamente soddisfatta, è che non sembra scritto negli anni 2000. Nel senso che nonostante vi siano riferimenti al tempo presente (in un racconto si parla dell'undici settembre, per esempio), ha quella struttura e quell'aurea di atemporalità che a mio avviso gli conferiscono l'ingresso privilegiato nel mondo della Letteratura: riesce a parlare a tutti, anche se chi lo legge non ha mai insegnato in una cittadina nordamericana o non ha mai ucciso qualcuno con delle pietre perché non sapeva cosa fare. Riesce a farti immedesimare con la protagonista, anche se talvolta Olive non è il massimo della simpatia, e certi suoi comportamenti sono più che biasimabili.

Per concludere, è una lettura che mi ha davvero appassionato, emozionato e commosso. Devo ripetermi: un libro bellissimo (che non per altro ha vinto il Premio Pulitzer per la narrativa nel 2009), da regalare alle persone a cui si vuole tanto bene. Io mi sono già preparata sulla libreria il romanzo successivo, I ragazzi Burgess (The Burgess Boys, 2013), che Elizabeth Strout ha presentato a Mantova, all'ultimo Festivaletteratura. Io ci volevo tanto andare, dannazione!

In sintesi: 

  • Paese: Stati Uniti.
  • Prima edizione originale: 2008. 
  • Data recensione Fofi: 16 luglio 2010.
  • Pagine: 383.
  • Periodo di lettura: 19-26 novembre 2013. 
  • Consigliato: abbestia.
B. 

mercoledì 24 settembre 2014

1. Ernesto Sábato, Sopra eroi e tombe.

Il primo romanzo che compare sulla lista del Progetto di Lettura di Bea è Sopra eroi e tombe, dell'argentino Ernesto Sábato: per la sottoscritta, ignorante come una capra, un perfetto sconosciuto. Non ne avevo mai sentito parlare. Mai. Neanche di sfuggita. Neanche per sbaglio. Innanzitutto al momento della recensione di Fofi, del lontano gennaio 2010, il buon Sábato era sempre tra noi, alla veneranda età di 99 anni. La cosa che mi indigna ancor di più è che io non abbia considerato minimamente nemmeno la sua morte, avvenuta il 30 aprile 2011. Capra senza fine. 

Per fortuna però ogni tanto si rinsavisce, perciò, prima che sia troppo tardi, procuratevi una copia di questo romanzo immenso, e abbandonatevi alle ambientazioni polverose e un po' umidicce della Buenos Aires che fa da sfondo alle vicende narrate da Sábato. 

In biblioteca avevo trovato l'edizione pubblicata da Editori Riuniti, mi ero buttata a spron battuto nella lettura e... mi era preso un colpo: non riuscivo a leggere, le parole mi sembravano posticce, le frasi non scorrevano, un disastro. E pensare che era il primo libro del Progetto! Non potevo iniziare con un fallimento colossale! Dopo una quarantina di pagine ho rinunciato, sono corsa su Amazon e ho ordinato una copia nuova e fiammante, quella che in effetti Fofi recensiva: l'ultima traduzione (di Jaime Riera Rehren, con prefazione di Ernesto Franco) pubblicata nella nuova collana di Einaudi, Letture. Trepidante d'attesa accolgo con mille feste il corriere, e comincio tutto da capo. Che sollievo, quale meraviglia! Come se fosse un altro libro. Ed ecco che, finalmente, si spalancano le porte della Letteratura. 

Sopra eroi e tombe è un romanzo vero: al suo interno contiene tutto, ma la sensazione che trasmette è quella che non ne avresti mai abbastanza. Si respira in maniera netta quell'impronta tipicamente sudamericana che ancora non riesco a definire; vi è intrisa la Storia, che non è mai separata dalla narrazione, anche se non manifestata esplicitamente. E poi personaggi memorabili, color seppia, coperti di polvere e di epoche che si sovrappongono. Il giovane Martín, prototipo del caso umano, Bruno, l'intellettuale che se la vive, Alejandra, che sfugge a qualsiasi definizione, che avvicina ed allontana, e che vede. E poi il padre di lei, a cui Ernesto Sábato dedica alcune delle pagine più folli, ironiche e potenti della storia della letteratura (sì, usiamo frasi ad effetto senza alcuna autorità!). 

Ho amato questo romanzo perché all'inizio non si capisce niente, ma si entra immediatamente in un'atmosfera dalla quale risulta complicato uscire; perché è pervaso da forze inarrestabili, da ansia, da mistero, eros e thanatos, famiglie in decadenza, cieca follia. Insomma, l'ha detto Claudio Magris, quindi posso dirlo anch'io: è davvero un capolavoro del Novecento. 

Senza dilungarmi oltre, l'invito mi pare chiaro: se amate il disagio umano, le atmosfere oniriche e le famiglie maledette in versione sudamericana, questo è il libro che fa per voi. E se non ne avrete ancora abbastanza, siete fortunati, perché Sopra eroi e tombe fa parte di una "trilogia": Il tunnel lo trovate edito da Feltrinelli, mentre L'angelo dell'abisso è stato recentemente ripubblicato da Sur (che siccome ci vuole bene ha un blog a cui vi rimando, dove potrete trovare molti articoli interessanti ed esaustivi dedicati al mio nuovo scrittore del cuore).


In sintesi: 

  • Paese: Argentina.
  • Prima edizione originale: 1961.
  • Data recensione Fofi: 22 gennaio 2010.
  • Pagine: 560.
  • Periodo di lettura: 30 ottobre - 18 novembre 2013.
  • Consigliato: abbestia.
B. 

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