giovedì 9 ottobre 2014

Murakami uno di noi

La mia arte non conosce limiti (...).

Ebbene sì. Anche quest'anno, in perfetto stile Leonardo Di Caprio, Murakami Haruki si è visto portar via il Premio Nobel per la Letteratura. In realtà, quando avevo visto che il Nobel per la Fisica era stato assegnato a tre giapponesi, le speranze che nutrivo si sono andate via via frantumando. Peccato, perché secondo i bookmaker poteva essere l'anno buono in cui il Nobel andava a qualcuno che non solo conoscevo, ma addirittura che amavo (a differenza di ciò che è avvenuto negli ultimi tre anni, capra che non sono altro)! Invece no. Addirittura mi sarei potuta vantare, se lo avesse vinto Ngugi wa Thiong'o, di avere una copia autografata di un suo libro, di averlo visto in carne ed ossa, di avergli stretto la mano. Sarebbe stata una (seppur) magra consolazione (e insomma ammetto che ne sarei stata felice, perché lui è proprio figo). Invece no. Però ci sono andata vicino, perché, fatalità, un libro del vincitore, Patrick Modiano, è il prossimo della lista del Progetto di Lettura (qui la recensione di Fofi). 

Tutto il mio sdegno. 
Prima di parlare di Modiano, però, abbiate pietà, e fatemi fare un'arringa scritta per quel buon uomo di Murakami. Io lo ho scoperto grazie alla mia amica Ilaria. Lei è davvero un'esperta in materia, lo ha letto praticamente tutto, e come me è profondamente amareggiata per il mancato premio. Un giorno di qualche anno fa parlavamo di libri, come spesso ci capita, e mi ha suggerito di leggere questo scrittore giapponese, cominciando magari con Norwegian Wood, inizialmente tradotto in italiano come Tokyo Blues (lo trovate edito da Einaudi nella bellissima traduzione di Giorgio Amitrano). All'inizio ero un po' scettica, perché allora nutrivo ancora un po' di turbamento nell'avvicinarmi agli scrittori contemporanei. Dopo solo qualche riga, però, sbam! Mi sono follemente innamorata. La scrittura di Murakami riesce ad essere allo stesso tempo profonda ed intrigante, concreta ed astratta, alienante e magica. Ti senti in trappola: non riesci a staccare gli occhi dal libro, i personaggi diventano improvvisamente parte della tua vita, le sue storie oniriche ti trasportano in mondi lontanissimi ed allo stesso tempo senti che sta parlando proprio a te. Ho provato le stesse sensazioni leggendo Kafka sulla spiaggia, e ringrazio che ci siano un sacco di suoi libri che devo ancora scoprire. 
Murakami non è solo uno scrittore finissimo, però; è anche traduttore e saggista, cittadino del mondo, profondo conoscitore della Letteratura, che annovera Raymond Carver come suo «migliore amico letterario». E soprattutto è uno di quei pochi, pochissimi scrittori viventi che riesce ad essere allo stesso tempo popolare e raffinato, senza cadute di stile, senza compromessi. Insomma, cara Accademia Svedese, io un pensierino un attimo più concreto, su di lui, lo avrei fatto!

Ok, grazie. Adesso passiamo al vincitore effettivo di questo 2014, perché, nonostante tutto, non deve in passare in secondo piano, in quanto non è che sia proprio il primo venuto. Scrittore e sceneggiatore francese, nato nel 1945, ebreo, con origini italiane, Patrick Modiano è edito in Italia da Guanda ed Einaudi (che continua a far strage di Premi Nobel). Allievo di Queneau, i suoi temi principali vanno dalla figura dello straniero e dell'esule, all'occupazione nazista, alla figura del padre. Ecco la motivazione per la sua vittoria: 
«Per l'arte della memoria con la quale ha evocato i destini umani più inafferrabili e scoperto il mondo della vita dell'occupazione».
Aspetto con impazienza di iniziare il suo Nel caffè della gioventù perduta, di cui potrete leggere la recensione non appena mi metterò in pari con le altre 40 che devo scrivere. Eccellente. Attendete fiduciosi, e se qualcuno di voi legge già da tempo immemore Patrick Modiano e mi vuole dare qualche dritta... non chiedo di meglio!

B. 

lunedì 6 ottobre 2014

Quando i libri vengono strumentalizzati: il caso delle sentinelle in piedi.

Ok, adesso mi calmo, mi tranquillizzo e scrivo con calma questo post. Devo confessare che era da molto tempo che non mi infervoravo così tanto per una questione mediatica, ed onestamente ne avrei fatto volentieri a meno. Ma è da ieri che le mie mani tremano e ho bisogno di esternare tutto il disagio, il vero disagio, che è scaturito dalle manifestazioni delle sentinelle in piedi (non si meritano nemmeno la lettera maiuscola) in 100 piazze italiane, ieri, 5 ottobre, tra cui la mia adorata Pisa. Stamattina ho comprato il giornale per vedere come se ne parlava, ma ovviamente la cronaca racconta solo degli scontri avvenuti a Bologna. Io però vorrei concentrarmi sul punto fondamentale di questo non-movimento (perché a quanto dicono loro, non sono un'associazione, ma un metodo): la loro contraddizione intrinseca che li rende quanto mai ridicoli ma soprattutto ignobili. 

Foto (leggermente modificata) di Mariangela Clemente. Fonte: Facebook.


Andiamo per gradi. Vado sul loro sito che, ad amor del vero, è anche fatto molto bene, e mi guardo il loro meraviglioso video di presentazione: 
Ciao tv e giornali stanno distruggendo la tua idea di famiglia? Vorresti far sentir la tua voce ma non sai come? C'è una soluzione semplice basta un libro e un'ora del tuo tempo. Scendi in piazza a leggere in piedi in silenzio per difendere la tua libertà di espressione. Leggere non è mai stato così urgente necessario potente vitale.
Innanzitutto. Se sono i giornali e la televisione a distruggere il vostro ideale di famiglia, beh, son problemi grossi. Anche io vedo ogni giorno crollare le mie certezze ogni qual volta guardo la pubblicità di uno shampoo con modelle dai capelli che io non avrò mai, ma non per questo vado a rompere i cabasisi in piazza contro la fragilità delle mie chiome. Quando sui giornali vedo dei super figoni biondi, non mi metto a piangere pensando che la mia libertà di espressione sia stata violata perché io preferisco il maschio latino. Me ne faccio una ragione. Quindi, avvicinandosi per la prima volta alle sentinelle del vattelappesca, fanno passare il messaggio di una lotta ai media che corrompono la loro famiglia del mulino bianco. Appunto. Ed io fin qui potrei dire anche vabbè, poveri scemi, gli ennesimi bigotti. Invece no. 
Visto che al peggio non c'è mai veramente fine, questi nuovi difensori della famiglia tradizionale, paladini del XXI secolo, che si schierano tra l'altro contro la proposta di introduzione al reato di omofobia presentata da Ivan Scalfarotto, usano i libri come loro arma principale. E qui, senza mezzi termini, mi incazzo ma forte. Bimbi, non ci siamo. Per niente proprio. Guardando un altro video, dove scorrono felici le immagini delle loro statuarie manifestazioni, si sentono scorrere frasi propagandistiche, tra le quali emerge la seguente: 
«Il libro è simbolo di libertà d'espressione, durante i totalitarismi i libri li bruciavano, noi invece crediamo che la formazione costante sia necessaria per avere una conoscenza sempre critica rispetto al mondo che ci circonda, per non addormentarci».
(segue musica apocalittica e lista, tipo trailer cinematografico, delle città dove si svolgeranno i loro raduni. Paura). Risulta palese che vi sia qualcosa che non torna. Perché, quando hanno deciso di fondare questo nefasto teatrino, nessuno li ha presi a schiaffi esclamando Oh, ma vi ripigliate??? Il caso ha voluto che proprio stamattina, durante il mio studio della Storia dell'Editoria Italiana, affrontassi gli anni del fascismo. Il partito fascista ha condizionato notevolmente il sistema editoriale italiano, tramite finanziamenti e sovvenzioni alle aziende di cultura, vitali per la sopravvivenza delle stesse. L'obiettivo era ovviamente quello di ottenere il più vasto consenso popolare possibile, e ricordo un allegro motto che recitava «Libro e moschetto, fascista perfetto». Quindi è vero che i libri venivano bruciati e censurati, ma sono anche stati utilizzati come uno dei principali strumenti di propaganda. Ciò che si chiama strumentalizzazione. Gli italiani si sa, hanno la memoria corta, ma le sentinelle ne sembrano addirittura prive. 

Ancora una volta i libri vengono presi e usati impropriamente, portati a vessillo di formazione e conoscenza critica, da chi evidentemente si è un attimo perso gli ultimi tre secoli di Storia della Letteratura. Dove che ne so, uno a caso proprio, un certo Oscar Wilde, si è fatto un bel soggiorno di due anni in una prigione inglese a causa della sua omosessualità; Cristopher Isherwood, uno dei pilastri della letteratura del Novecento, era, ommioddio, dell'altra sponda pure lui. Ed anche un tale Marcel Proust, che insomma non ha nemmeno scritto Il Capolavoro Per Antonomasia, era diversamente etero. Solo per citarne alcuni, ovviamente. Non serve una laurea, basta saper googlare. 

Bene. Mi fermo qui, perché ho già dato a questi poverini troppo spazio. Di certo hanno centrato il loro obiettivo. Si sono organizzati bene, hanno vestito i panni degli intellettuali e hanno fatto parlare di loro a destra e a manca. Bon per voi bimbi, che la domenica non avete di meglio da fare che starvene come le belle statuine nelle piazze italiane. Io, preferisco stare al mare a leggere un buon libro, ma per davvero. Concludo con l'auspicio che il libraio di Tra le Righe, a Pisa, ha manifestato attraverso la sua vetrina:


Con tanto ma tanto amore, 

B. 

domenica 5 ottobre 2014

3. John Le Carré, Il nostro traditore tipo


Quando ho letto la recensione di Fofi, ho subito pensato che il momento fosse giunto. In barba ai miei soliti canoni, mi sono detta Bea, ce la puoi fare, hai letto Guerra e Pace, è arrivata l'ora di una spy-story. Confortata dall'opinione del buon Goffredo sulla «immensa superiorità di le Carré sui giallisti e noiristi alla moda», mi sono armata di coraggio e ho iniziato la lettura de Il nostro traditore tipo (Our Kind of Traitor, Mondadori); con entusiasmo, mente aperta e tanta buona volontà. 

Man mano che le pagine andavano avanti, però, la fatica si faceva sempre più sentire, la noia aveva la meglio e dovevo tornare indietro perché riuscivo solamente a pensare "ma a me che cavolo me ne frega". Niente. Non sono riuscita ad immedesimarmi in un personaggio uno, per un motivo o per l'altro tutti mi hanno infastidita, dal russo cattivo/buono Dima, il capo clan, a quello stolto di Perry che gioca a tennis e non si capisce mai quel che vuole fare, a quella drama queen della sua fidanzata che si è affezionata abbestia alla figlia intellettuale di Dima, che tra l'altro ha una moglie matrona russa davvero imbarazzante. I temi poi sono classici, denaro sporco, servizi segreti ambigui, bene e male che si confondono, disagio internazionale. 

Ho penato davvero un sacco per arrivare alla fine, ma senza nessun tipo di curiosità. Semplicemente ho capito che queste storie non fanno per me, anche se mi sono ben resa conto della qualità della scrittura e dell'intelligenza dell'autore, che ovvio non è il primo venuto, ma un pluri-ottantenne ex agente della CIA che di romanzi di spionaggio ne ha scritti a pacchi. Tra l'altro nel 2011 mi ero vista al cinema La Talpa (Tinker Tailor Soldier Spy), film diretto da Tomas Alfredson tratto appunto dall'omonimo romanzo di Le Carré, e devo dire che non mi era affatto dispiaciuto, tutt'altro. Quindi la mia personale conclusione è che forse forse proverò a dare un'altra possibilità al genere, giusto per poter dare o meno un no definitivo, magari cimentandomi proprio con la lettura de La talpa. Però, più avanti.

In sintesi: 

  • Paese: Inghilterra.
  • Prima edizione originale: 2010.
  • Data recensione Fofi: 28 novembre 2010.
  • Pagine: 333.
  • Periodo di lettura: 27 novembre - 5 dicembre 2013. 
  • Consigliato: se vi piacciono gli intrighi internazionali, i patriarchi russi e gli inglesi incerti, allora sì.
B.       

giovedì 2 ottobre 2014

Festivaletteratura 2012: cronaca di cinque giorni felici

Premessa 1: il blog ha una nuova veste grafica, e il merito è tutto di quella figa di mia sorella, Barbara, che ringrazio pubblicamente per il tempo  e le energie che mi ha dedicato, dichiarandole tutta la stima e tutto l'ammòre che provo nei suoi confronti. 

Premessa 2: questo post riguarda una cosa vecchia e sarà assai lungo. Finora ho cercato di trattenermi, ma è giusto che si sappia che sono estremamente prolissa quando si tratta di raccontare vicende realmente accadute: quando per la prima volta mi sono avvicinata agli scrittori francesi dell'Ottocento, mi sono sentita meno sola. Se non te ne frega una cippa, oh lettore, sappi che hai tutta la mia comprensione, ma siccome il disagio è in me avevo davvero davvero bisogno di narrare le mirabolanti avventure di Bea e Madre al Festivaletteratura 2012.

Le prove
Non ricordo con esattezza come cavolo mi fosse venuto in mente, proprio quell'anno, di andare al Festival. Non ricordo nemmeno se ne scoprii l'esistenza in quei giorni o se al contrario lo conoscessi da tempo e bramassi di andarci: vuoto totale. Era la fine di un'estate che tutto sommato aveva già dato grandi gioie, ma, evidentemente non paga, mi sono ritrovata davanti al pc a scorrere il programma, e niente, sono impazzita. Nel giro di un giorno coinvolgo Madre (l'unica persona sulla faccia della terra che sarebbe riuscita a sopportarmi nelle mie mire espansionistiche), cerco e trovo grazie ad una botta di culo enorme il B&B perfetto, studio un programma ad hoc spulciando tra gli eventi rimasti disponibili e li prenoto con ardore, ma soprattutto mi faccio dei trip sconvolgenti su googlemaps e tripadvisor, ed individuo e prenoto i ristoranti dove saremmo andate a mangiare, in base alle location e alle distanze tra un evento e l'altro. Una pazza furiosa. Un caso umano. Ma cosa volete farci...

martedì 30 settembre 2014

2. Elizabeth Strout, Olive Kitteridge

In realtà la recensione di Fofi parlava di Resta con me (Abide with Me, 2006), il romanzo precedente della scrittrice americana Elizabeth Strout, che però in Italia è stato pubblicato dopo Olive Kitteridge (2008), sempre da Fazi. Dopo questa difficilissima premessa, come si è capito avevo deciso di leggere proprio Olive Kitteridge, e perché era disponibile nella biblioteca dove lavoravo, e perché leggendo la trama ho pensato immediatamente, mio! Si parla di provincia americana? Presente! I protagonisti sono gli abitanti di una piccola comunità di una immaginaria cittadina del Maine? Eccomi qua!

Per scrivere di questo libro devo partire dalla conclusione: è bellissimo. Lo so che è un commento da bimbetta, ma è così, non ci sono altre parole per dirlo meglio. Lo ho letteralmente divorato, non riuscivo a staccarmi dalle sue pagine, anche se in realtà cercavo di centellinare la lettura, non potevo pensare di finirlo in così poco tempo! Ancora a distanza di mesi, ora che mi rimetto a pensarci, mi sento di nuovo catapultata nel paesino dove vive Olive Kitteridge, me la vedo accanto, visualizzo la sua struttura imponente, mi sembra addirittura di sentire la sua voce. Olive è la protagonista di questo romanzo dalla particolarissima struttura narrativa. Elizabeth Strout intesse una serie di racconti in cui Olive, per un motivo o per un altro, in alcuni di più e in altri di meno, è sempre presente, e deve un po' giocare il ruolo scomodo di chi ha uno sguardo più ampio sul mondo circostante. 

Le storie che vi sono narrate sono la quintessenza del disagio: vite comuni sgretolate da tragedie grandi o piccole, malinconici personaggi in cerca del senso della propria esistenza, sordide meschinità, paura della morte ma anche della vita. Le scrittura di Elizabeth Strout è asciutta e lineare, se vogliamo minimalista, ma al tempo stesso coinvolgente ed emozionante. Le sue storie mi hanno ricordato un po' le atmosfere narrate da Carver in Cosa parliamo quando parliamo d'amore, ma qui, complice un personaggio come quello di Olive Kitteridge, si riesce a scorgere, anche se in lontananza, un barlume di speranza, un accenno di quell'amore totalmente inariditosi nell'umanità raccontata da Carver. 

Una cosa stupida che penso di questo libro, e che mi ha immensamente soddisfatta, è che non sembra scritto negli anni 2000. Nel senso che nonostante vi siano riferimenti al tempo presente (in un racconto si parla dell'undici settembre, per esempio), ha quella struttura e quell'aurea di atemporalità che a mio avviso gli conferiscono l'ingresso privilegiato nel mondo della Letteratura: riesce a parlare a tutti, anche se chi lo legge non ha mai insegnato in una cittadina nordamericana o non ha mai ucciso qualcuno con delle pietre perché non sapeva cosa fare. Riesce a farti immedesimare con la protagonista, anche se talvolta Olive non è il massimo della simpatia, e certi suoi comportamenti sono più che biasimabili.

Per concludere, è una lettura che mi ha davvero appassionato, emozionato e commosso. Devo ripetermi: un libro bellissimo (che non per altro ha vinto il Premio Pulitzer per la narrativa nel 2009), da regalare alle persone a cui si vuole tanto bene. Io mi sono già preparata sulla libreria il romanzo successivo, I ragazzi Burgess (The Burgess Boys, 2013), che Elizabeth Strout ha presentato a Mantova, all'ultimo Festivaletteratura. Io ci volevo tanto andare, dannazione!

In sintesi: 

  • Paese: Stati Uniti.
  • Prima edizione originale: 2008. 
  • Data recensione Fofi: 16 luglio 2010.
  • Pagine: 383.
  • Periodo di lettura: 19-26 novembre 2013. 
  • Consigliato: abbestia.
B. 

sabato 27 settembre 2014

William Faulkner e l'Autunno: storia di due grandi amori.

Il 25 settembre sarebbe stato il compleanno di William Faulkner. Mi è sempre sembrato strano ricordare la nascita degli scrittori ormai defunti, non lo so, mi sembrerebbe più logico ricordare il giorno in cui hanno vinto un premio, hanno pubblicato il loro capolavoro, tutt'al più il giorno in cui sono morti. Mi fa un po' strano pensare che l'altro giorno Faulkner avrebbe compiuto 117 anni, insomma, è morto nel 1962, perdincibacco! Comunque. Ho deciso di prendere spunto da tale improbabile ricorrenza per manifestare al mondo tutto l'amore che provo suoi nei confronti.

Ho conosciuto Faulkner a 21 anni, durante il mio Erasmus nella capitale irlandese. Con Dublino ho avuto un rapporto di amore-odio (con tendenze decisamente più marcate verso l'odio), ma ne sono uscita temprata e con un nuovo amore. Ho seguito un corso di Letteratura Americana sul modernismo, tenuto da una delle poche professoresse che non sembravano cocainomani convinte. La tendenza sbarbina dell'University College of Dublin prevedeva dei gruppi di alcolisti anonimi in cui studenti sprovveduti si dovevano confrontare sugli argomenti del corso. Uno di questi era proprio The Sound and the Fury di Faulkner (L'urlo e il furore, 1929). Io, stolta, mi ci sono buttata a capofitto, fondamentalmente perché non ci capivo una mazza. Acquistato il libro in inglese, ho dovuto ricominciare a leggerlo tre volte prima di orientarmi un minimo, con l'aiuto dell'edizione italiana, fattami spedire apposta dalla Terra Patria. Poi però, è scattato qualcosa, e me ne sono follemente innamorata, tanto che l'ho scelto come argomento del paper di fine corso. Non paga, poi, ho deciso che sarebbe stato l'argomento della tesi triennale. Ancora insoddisfatta, mi ci sono ributtata per la tesi magistrale. Insomma, un trip allo stato puro.


«My own experience has been that the tools I need for my trade are paper, tobacco, food, and a little whiskey». William Faulkner.

Perché Faulkner è così: oltre ad essere stato un personaggio assurdo, con i suoi romanzi ti cattura in un mondo totalmente altro, ti destabilizza con il suo stream of consciousness, ti risucchia in una spirale di infinito disagio. La sua produzione letteraria è varia ed eterogenea, ha scritto tantissimo. Ma è nel suo capolavoro che secondo me racchiude l'essenza del suo essere scrittore. Gente, L'urlo e il furore è una figata pazzesca!!! Così come lo è As I Lay Dying (Mentre morivo, 1930), dove ritroviamo la tecnica del flusso di coscienza e un disagio altrettanto profondo. 

La sezione Faulkner della mia libreria
Tutto questo per dire che per me tali romanzi rappresentano un termine di paragone e confronto per tutto ciò leggo. Mi sono messa l'anima in pace e ho capito che l'America più sfigata e periferica, le famiglie in rovina, i personaggi emotivamente disturbati e quelli rinnegati dalla società, l'anacronismo dilagante e una scrittura evocativa e labirintica rappresentano il mio ideale supremo di Letteratura (risate anni '80 in sottofondo).

Se non avete ancora capito quanto ci sono sotto, vi basti sapere che l'anno scorso ho fatto il Coast to Coast degli Stati Uniti, e ho corrotto il mio ragazzo affinché ci rientrasse il pellegrinaggio a Rowan Oak, la casa di Faulkner nella minuscola e ridente Oxford, Mississippi. 

Rowan Oak
Bea nel salotto di Faulkner - l'estasi suprema

In perfetto stile fan degli One Direction ho dato spettacolo con urletti e gridolini, mi sono fatta foto ovunque e ho impiegato il doppio del tempo che occorreva per la visita, leggendo, guardando, studiando tutto. Per inciso la casa è tenuta davvero bene, ci sono un sacco di bacheche con esposti oggetti, ritagli di giornale, lettere, copie originali dei libri; gli arredi sono perfettamente conservati e ti aspetteresti che da un momento all'altro spunti il buon vecchio William con un cicchino in mano. 

In più le persone che vi lavorano sono ricercatori universitari che lo fanno per puro ammòre, e a me che ero particolarmente su di giri hanno mostrato anche le copie dei carteggi tra Faulkner e Mondadori (in italiano!), gioia tripudio e gaudio.



Ora che avete capito il mio livello di fanatismo, possiamo passare alla seconda cosa bella di cui volevo parlare in questo post, ma siccome ho già scritto troppo vi risparmio il pippone allucinante, e dico soltanto che è Autunno e io sono felice. Ieri è stata la prima giornata in cui ho respirato quell'aria che aspetto tutto l'anno, in cui il fresco della mattina ti carica e ti fa assaporare il cambiamento, in cui il sole ti scalda con fare amichevole, in cui le foglie cominciano a cambiare colore, in cui io mi sento in pace col mondo. E allora per celebrare la giornata ho dato il via alla produzione di biscotti, un po' in anticipo sulla normale pianificazione annuale, ma avevo troppa voglia di mettere le mani in pasta e sancire l'arrivo dei mesi felici.


Composizione e foto di Barbara Tomasi (la mia sorella super figa)

Questo post è dedicato a Carlotta, perché qui anche lei festeggia l'arrivo dell'autunno, uno dei tanti amori che abbiamo in comune. Con la consapevolezza che questo, in particolare, sarà all'insegna del DAJE.

Che il foliage e il disagio faulkneriano siano con voi!

B.

mercoledì 24 settembre 2014

1. Ernesto Sábato, Sopra eroi e tombe.

Il primo romanzo che compare sulla lista del Progetto di Lettura di Bea è Sopra eroi e tombe, dell'argentino Ernesto Sábato: per la sottoscritta, ignorante come una capra, un perfetto sconosciuto. Non ne avevo mai sentito parlare. Mai. Neanche di sfuggita. Neanche per sbaglio. Innanzitutto al momento della recensione di Fofi, del lontano gennaio 2010, il buon Sábato era sempre tra noi, alla veneranda età di 99 anni. La cosa che mi indigna ancor di più è che io non abbia considerato minimamente nemmeno la sua morte, avvenuta il 30 aprile 2011. Capra senza fine. 

Per fortuna però ogni tanto si rinsavisce, perciò, prima che sia troppo tardi, procuratevi una copia di questo romanzo immenso, e abbandonatevi alle ambientazioni polverose e un po' umidicce della Buenos Aires che fa da sfondo alle vicende narrate da Sábato. 

In biblioteca avevo trovato l'edizione pubblicata da Editori Riuniti, mi ero buttata a spron battuto nella lettura e... mi era preso un colpo: non riuscivo a leggere, le parole mi sembravano posticce, le frasi non scorrevano, un disastro. E pensare che era il primo libro del Progetto! Non potevo iniziare con un fallimento colossale! Dopo una quarantina di pagine ho rinunciato, sono corsa su Amazon e ho ordinato una copia nuova e fiammante, quella che in effetti Fofi recensiva: l'ultima traduzione (di Jaime Riera Rehren, con prefazione di Ernesto Franco) pubblicata nella nuova collana di Einaudi, Letture. Trepidante d'attesa accolgo con mille feste il corriere, e comincio tutto da capo. Che sollievo, quale meraviglia! Come se fosse un altro libro. Ed ecco che, finalmente, si spalancano le porte della Letteratura. 

Sopra eroi e tombe è un romanzo vero: al suo interno contiene tutto, ma la sensazione che trasmette è quella che non ne avresti mai abbastanza. Si respira in maniera netta quell'impronta tipicamente sudamericana che ancora non riesco a definire; vi è intrisa la Storia, che non è mai separata dalla narrazione, anche se non manifestata esplicitamente. E poi personaggi memorabili, color seppia, coperti di polvere e di epoche che si sovrappongono. Il giovane Martín, prototipo del caso umano, Bruno, l'intellettuale che se la vive, Alejandra, che sfugge a qualsiasi definizione, che avvicina ed allontana, e che vede. E poi il padre di lei, a cui Ernesto Sábato dedica alcune delle pagine più folli, ironiche e potenti della storia della letteratura (sì, usiamo frasi ad effetto senza alcuna autorità!). 

Ho amato questo romanzo perché all'inizio non si capisce niente, ma si entra immediatamente in un'atmosfera dalla quale risulta complicato uscire; perché è pervaso da forze inarrestabili, da ansia, da mistero, eros e thanatos, famiglie in decadenza, cieca follia. Insomma, l'ha detto Claudio Magris, quindi posso dirlo anch'io: è davvero un capolavoro del Novecento. 

Senza dilungarmi oltre, l'invito mi pare chiaro: se amate il disagio umano, le atmosfere oniriche e le famiglie maledette in versione sudamericana, questo è il libro che fa per voi. E se non ne avrete ancora abbastanza, siete fortunati, perché Sopra eroi e tombe fa parte di una "trilogia": Il tunnel lo trovate edito da Feltrinelli, mentre L'angelo dell'abisso è stato recentemente ripubblicato da Sur (che siccome ci vuole bene ha un blog a cui vi rimando, dove potrete trovare molti articoli interessanti ed esaustivi dedicati al mio nuovo scrittore del cuore).


In sintesi: 

  • Paese: Argentina.
  • Prima edizione originale: 1961.
  • Data recensione Fofi: 22 gennaio 2010.
  • Pagine: 560.
  • Periodo di lettura: 30 ottobre - 18 novembre 2013.
  • Consigliato: abbestia.
B. 

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