martedì 11 novembre 2014

#Pbf2014 - 8 novembre: intervista a Francesco Targhetta

Questo post è dedicato a come è iniziata la mia seconda giornata al Pisa Book Festival, ovvero con l'intervista al vincitore del Premio Ciampi-Valigie Rosse 2014, Francesco Targhetta (sì, lo ho intervistato proprio io, io! Muahahahah). 

Intanto mi sveglio dopo ben quattro ore di sonno, faccio colazione parlando di libri (curioso) con uno sconosciuto ma delizioso inquilino della casa dove sono ospite, mi preparo e mi butto fuori casa: c'è un accenno di solicino, evviva! Mi sparo a manetta il Cd Tamarro Autunno 2014 (il tesoro mio e di mia sorella) e mi precipito verso il Palazzo dei Congressi, dove praticamente mi catapulto allo stand di Valigie Rosse (ne ho parlato qui!), getto le mie cose per terra, mi lascio cadere sulla sedia e mi preparo alla chiacchierata con Francesco Targhetta. Devo avergli fatto un'ottima prima impressione (...). Praticamente Francesco Targhetta è il mio opposto: una persona posata, seria, calma e pacifica. Devo essergli sembrata un po' pazza (per non dire scoppiata), ma nonostante ciò si è subito instaurato un bel feeling, e se non avessi avuto altri ottomila incontri sarei stata tutto il giorno a chiacchierare con lui. 
Innanzitutto i "cenni storici". Francesco Targhetta, classe 1980, nasce a Treviso dove tutt'ora vive, studia Lettere a Padova e vi svolge il dottorato in italianistica, e per non farsi mancare niente vince pure un'assegno di ricerca sulla poesia simbolista italiana. Ha scritto due cose importanti: una raccolta di poesie, Fiaschi [ExCogita, 2009] e un fighissimo romanzo in versi, Perciò veniamo bene nelle fotografie [Isbn, 2012]. Adesso, come si legge sulla sua presentazione nella raccolta di poesie Le cose sono due, "è andato in loop e ha ricominciato a insegnare". 
Io mi presento a lui come totale capra, e gli chiedo quindi di farsi conoscere. Che approccio professionale, Bea! Francesco però è stranamente a suo agio, e inizia a raccontarmi di cosa pensa del panorama poetico editoriale italiano, ovvero che è in crisi. Taaaaac! Questo perché secondo lui, la poesia (che già di per sé non è che venda poi tanto) avrebbe bisogno di una certa cura e dedizione da parte degli editori; invece succede che viene pubblicato solamente chi è già conosciuto, delegittimando la poesia stessa. Il lavoro di Valigie Rosse è dunque di grande valore, perché parte dal principio di pubblicare solo due poeti all'anno, svolgendo un lavoro artigianale, umano, non da poco, e che fa la differenza. La poesia è la forma in cui gli viene spontaneo esprimersi da quando, in terza media, ha cominciato a leggere le poesie di Gozzano e Corazzini (e qui mi sono dovuta trattenere tantissimo per non saltargli addosso ed abbracciarlo, perché via, i Crepuscolari, io li ho sempre amati fino alla commozione). Proprio per questo motivo ha scritto un romanzo in versi, con la prosa deve ancora fare pace.      


Dopo queste premesse io gli voglio già bene, e gli chiedo di raccontarmi della sua raccolta di poesie, perché desidero subito arrivare al punto e conoscere il suo mondo. I testi di Le cose sono due sono stati scritti dal 2009 al 2014, e solo quando Valigie Rosse lo ha contattato per il Premio Ciampi Francesco Targhetta ha cominciato a riguardarle e a dar loro la forma ideale. Il punto di contatto è dato proprio dall'entusiasmo intrecciato al "timore" di dare vita ad un libro "corto", ad una silloge. Non è stato facile creare una struttura per le sue poesie, perché era solito lavorare senza limiti di lunghezza. Le sue erano vere e proprie rime sparse, e ha dovuto anche escludere testi magari meglio riusciti, ma meno centrati con il tema che aveva deciso di dare alla raccolta.   
La prima cosa che immediatamente colpisce, però, è la copertina del libro, in cui campeggiano i negativi di una lampadina; la cosa buffissima è che il padre di Francesco era operaio in una fabbrica di lampadine, e quando la casa editrice gli ha proposto i vecchi lampadari come tema per le immagini, ci dev'essere stata una reazione tipo "pppaah, allucinazione immensa!" (magari un po' più elegante, questa sarebbe stata la mia di reazione). In ogni caso ne è stato molto felice, proprio perché i temi principali della sua raccolta sono il vecchio, la chiusura, l'isolamento, la solitudine, ben rappresentati dai vecchi lampadari delle nonne. La sua antologia si divide in due sezioni (da qui il senso del titolo): la prima è composta da sedici poesie, il cui tono prevalente è quello della solitudine, trattato in maniera più lirica, mentre la seconda parte, più narrativa, racconta piccole storie e affronta i temi della vecchiaia e della morte.
Io rispetto alla seconda parte mi sento un filo più vicino alla prima, e così gli chiedo di approfondire il tema della solitudine: mi dice che è trattato in modo in generale e che, appunto, come racconta in una poesia, le cose sono due: la sporadica botta di lucidità che ti arriva quando resti da solo con te stesso, e la tortura di pensieri che ingarbugliano la mente. Francesco Targhetta ha in sé entrambi i tipi di solitudine, quella necessaria e quella che invece finisce di essere un peso a livello sociale. Riflette molto sul senso di comunità che la società di oggi sembra aver smarrito, rincorrendo una sorta di egocentrismo sociale che è come un cane che si morde la coda. 
Ritorno allora alla socialità bisbocciona, e gli chiedo com'è andata la premiazione al Nuovo Teatro delle Commedie di Livorno. Francesco mi confessa che è stato per lui molto emozionante l'abbinamento con la musica, e di grande impatto è stata soprattutto Tu no di Piero Ciampi. Aveva già avuto occasione di fare molte presentazioni con il romanzo in versi, ma per lui sono sempre momenti davvero emozionanti, perché si tratta di qualcosa di molto personale (io qui ho gli occhi a cuore). 
Per concludere la nostra intervista, mi do un tono e gli chiedo quali sono i suoi progetti per il futuro. C'è un romanzo nell'aria, ma sta facendo ancora un lavoro di perlustrazione: Francesco Targhetta ha bisogno di tempo, necessita di lentezza e che niente diventi forzato. Mi sembra una posizione meravigliosa, nonostante ciò non vedo l'ora di scoprire cosa ne verrà fuori. Perché mi sono presa mezz'oretta e ho letto le sue poesie, stampate sulla stupenda carta usata da Valigie Rosse, e boh, con l'aria fresca di novembre, la luce fioca, ancora un po' di mente annebbiata post Pisa Book... le sue parole mi hanno portata in un mondo piccolino, malinconico, sommesso ma estremamente vivo, un quotidiano che ti permette di farti domande e questa, come ben sapete, è una delle cose più grandi che secondo me la Letteratura è in grado di offrirti. 

Il mio consiglio è quindi di procurarvi al più presto una copia di Le cose sono due: non c'è stagione migliore dell'autunno per dedicarsi alla sua lettura. 
Ringrazio proprio tanto Silvia Bellucci che mi ha permesso di fare quest'intervista, e soprattutto Francesco Targhetta, che mi ha donato esattamente ciò di cui avevo bisogno. 

B.

lunedì 10 novembre 2014

#Pbf2014 - 7 novembre: Björn Larsson con Franco Cardini e Dacia Maraini con Joseph Farrell

Dopo aver importunato editori su editori, alle cinque, con fare elegante e disinvolto (...) mi sono recata in Sala Pacinotti per assistere all'incontro tra Björn Larsson e lo storico Franco Cardini. Entro in sala e il disagio è molto forte: l'incontro precedente non è ancora finito! E in più mi accorgo che il programma su internet e il programma cartaceo differiscono: scambi di sale ed orari che hanno destabilizzato un po' le persone. Il mio amico Francesco, che teneva un sacco a questo incontro, non l'ha trovato! E quindi il mio racconto è dedicato soprattutto a lui :-). 
L'occasione dell'incontro era la presentazione del libro illustrato Ivar e Svala: fratelli vichinghi, in cui "il rigore scientifico dell'autore [Franco Cardini] si abbina a sorprendenti illustrazioni curate da maestri delle immagini per bambini: le tavole di Lucio Villani [...] campeggiano in prima pagina, capaci di una forza narrativa pari o superiore a quella dei testi" [La Stampa]. Il volume fa parte della nuovissima e fiammante collana di Laterza Celacanto, creata per raccontare la storia ai ragazzi; avevo seguito con entusiasmo questa importante novità editoriale, e sentirne parlare dal vivo è stato proprio emozionante.
Franco Cardini infatti ha sottolineato la necessità di ricostruire il dialogo verticale tra generazioni: la cultura non è informazione, non è educazione, e nemmeno conoscenza. È invece la capacità di rimettersi in discussione. Così adesso lui lo fa parlando del mare: vorrebbe lasciare da parte autori che ama come Melville o Conrad; potrebbe parlare di Ulisse e mettere il Mediterraneo in primo piano... Gli è stato chiesto di cimentarsi invece con il Mare del Nord e dei Vichinghi, che è un tema oggi di grande attualità. Dopo aver ricordato l'impossibilità di pensare alla nostra cultura senza riferirsi all'acqua, Cardini passa la parola a Larsson, che, sollecitato dal dover scrivere la prefazione sulla letteratura marittima di un'edizione francese di Conrad, ha iniziato una ricerca sul mito del mare come fonte di ispirazione letteraria. Ciò di cui Larsson si stupisce è il fatto che vi siano un sacco di libri sul mare, ma per quanto riguarda la narrativa i nomi sono sempre i soliti: Conrad, appunto, e Melville, e Stevenson. Scrittori che invece si proponevano di raccontare la realtà, come Balzac o Zola, non hanno mai porti o navi nei loro libri: non esiste il proletariato di mare in letteratura (e io invece penso immediatamente ai Malavoglia, che infatti poi Cardini ricorderà). Si parla sempre di Ulisse, poi, come stereotipo del navigatore errante dei mari; ma lui è un soldato! Ha nostalgia di casa, naviga perché vuole tornarvi, non è un marinaio, è un pessimo marinaio! È quindi molto difficile trovare un gran romanzo di mare, come ci sono invece grandi romanzi della terra. Il mare non è luogo di lavoro nell'immaginario degli italiani, ma nemmeno degli stranieri: Maupassant navigava ma non ha mai scritto sul mare, così come Dumas. Rimane dunque un mistero il perché sul mare non esista una grande letteratura (su questo si era interrogata anche la rivista letteraria inglese Granta); una risposta che è stata data è il fatto che i porti siano stati ormai esclusi dalle città, e siano diventati stazioni veloci, puntuali, asettiche.


Franco Cardini riprende la parola, e ricorda il grande viaggio in mare verso l'Asia che Tiziano Terzani ha raccontato in Un indovino mi disse [TEA], ed io penso a quel gran figo di Jón Kalman Stefánsson (di cui ho parlato qui), che in Paradiso e inferno [Ipeborea] racconta una potentissima storia di mare ed amicizia. Insomma, questo incontro ha fatto girare tantissimo la ruota dei cricetini che abitano il mio cervello, e quindi ho annuito e fatto cenni di approvazione e disapprovazione, e sorriso consapevole e incuriosita. Tantissima roba (yo). 

E così, visto che ormai ero a sedere, e la Sala Pacinotti era gremita di persone per l'arrivo dell'Ospite d'Eccezione, sono rimasta a sentire anche un evento che non avevo preso in considerazione, e che invece si è rivelato meraviglioso: l'incontro tra Dacia Maraini e il Personaggio Rivelazione del Pisa Book Festival, Joseph Farrell.
Fonte: http://www.dellaportaeditori.it/autori/joseph-farrell/
Praticamente non vedevo l'ora di venire a casa per scoprire chi fosse costui, ed è presto detto: è professore emerito di italianistica presso la University of Strathclyde di Glasgow! Ma davvero? Ma ommioddio! 
La mia ignoranza non conosce limiti, ma grazie a questi eventi posso darmi un tono; praticamente lui è un mega esperto di cultura e teatro della Sicilia, è Cavaliere della Repubblica Italiana perché diffonde nel mondo l'amore per il nostro Paese, è un critico teatrale finissimo, è Vincitore del Premio Flaiano di Italianistica del 2013 e ha pure scritto un libro intervistando Franca Rame [Non è tempo di nostalgia, DellaPorta, 2013]! Ma soprattutto è un oratore nato, mi ha fatto schiantare dalle risate, quell'umorismo da sgomitate complici e testa all'indietro. Amore! 

Chiudiamo il momento fangirl e torniamo all'incontro in Sala Pacinotti. Come ho detto i lettori hanno salutato la madrina del Festival riempiendo la sala fino a scoppiare, ed hanno ascoltato incantati le parole di questa immensa rappresentate della Storia Culturale e Letteraria d'Italia. Il mio amico Joseph la definisce nomade, intellettualmente nomade. Lei si ritrova un sacco in queste parole, ed inizia a raccontare la storia della sua infanzia: il nonno scultore e fascista della prima onda, il padre antropologo ed il loro insanabile contrasto, segnato da un litigio in cui Fosco Maraini strappò davanti agli occhi del padre la tessera del fascio, uscì di casa e non vi fece più ritorno. Non volle più dipendere dal padre, e si trasferì a Fiesole, dove campava a stento. Dacia Maraini ricorda il suo sangue misto: madre italo-cilena, padre toscano-inglese, ed il suo essere sempre stata in viaggio; si considera quindi nomade, ma si considera italiana perché parla italiano. Perché la cultura di un Paese non è data dalla religione, né dai confini, né dalla bandiera: la cultura è lingua. E poi, nonostante abbia vissuto otto anni in Giappone, si considera europea quando viaggia (e qui mi volevo alzare e urlare "Anch'io Dacia l'ho sempre pensato!!! Cuori!" Però mi sono data un contegno e sono stata buona buona sulla mia seggiolina). 
La scrittrice racconta poi dei libri che c'erano nella casa di famiglia, l'unica loro ricchezza: erano talmente poveri che non si potevano permettere di comprarle un cappotto, indossava quello del nonno; non aveva il cappotto, ma aveva i libri. Ed anche la musica, la musica classica. Il discorso si sposta poi sulle dolorose memorie degli anni passati in un campo di concentramento in Giappone, e del successivo ritorno in Sicilia, che Dacia Maraini ha potuto conoscere prima che venisse attuata la rapina del territorio che ha deturpato questa terra meravigliosa, distruggendo in maniera irredimibile quell'incredibile bellezza. E racconta poi della mafia, che negli anni Sessanta era ancora un tabù linguistico, a conferma del punto massimo di presenza dell'organizzazione criminale in Sicilia.


E poi il racconto più bello: il suo essere, prima di una scrittrice, una lettrice: lettrice vorace, appassionata, che si è sempre portata dietro un libro per ogni occasione: da borsa, da tasca, da valigia: qualsiasi momento possibile è dedicato alla lettura, e il suo preferito in assoluto è quello del treno (cuoriabbestia). Successivamente viene il piacere della scrittura: Dacia Maraini ha un lettore ideale a cui si rivolge, chiunque abbia voglia di leggerla. Non si immagina però chi costui possa essere (bellina!). I suoi libri nascono spontaneamente, i personaggi si impossessano di lei e vogliono essere raccontati, le sue sono storie che germinano nella sua testa e piano piano si allargano, e devono essere scritte. Una volta creato, il personaggio va un po' per i fatti suoi (e qui Joseph Farrell con espressioni bellissime manifesta un po' di perplessità^^). Concludo con il commento di un'insegnante che prima di porgere a Dacia Maraini una domanda, le dice che con le sue parole «le ha fatto leggere l'ascolto». Meraviglia.

Si chiude così la prima giornata del Pisa Book Festival: carica di borse ed amore, faccio ritorno alla macchina distrutta ma raggiante, non osando neanche immaginare quello che mi riserveranno le giornate successive. E penso che sono esattamente dove vorrei essere, ed è il pensiero più felice del mondo. 

B.

domenica 9 novembre 2014

#Pbf2014 - 7 novembre: l'inaugurazione e l'incontro con gli editori

È ormai notte fonda, ma l’adrenalina non ne vuole sapere di scendere. La prima giornata del PisaBook Festival 2014 è stata piena, pienissima di eventi, editori, nuove scoperte, amici e “colleghi” ritrovati, biscotti e pizzette, cicchini e caffè, ma soprattutto di libri.
Per questo non voglio perdere nemmeno un secondo: ecco a voi Il Giorno 1, parte 1.


giovedì 6 novembre 2014

Meno uno al Pisa Book Festival!

Il karma non perdona, e questo lo sappiamo bene. Dopo una tre giorni a Venezia, di sole perfetto, scorci magnifici, mangiate memorabili, mi è sembrato giusto infatti farmi una tre giorni in ospedale. Vertigini & svarioni, instabilità posturale, mal di testa assassino. Il modo migliore per prepararmi al Pisa Book Festival insomma! Ma qui non stiamo mica a leggere Volo, quindi bando ai malesseri, rimbocchiamoci le maniche e stiliamo il programma perfetto. Alla fine sono sotto le coperte, fuori piove e il mal di testa sta lentamente passando, cosa voglio di più? 



Panico. Ma che programma meraviglioso hanno creato quest'anno? Ma è davvero il Pisa Book?!? A me i sali! Per non parlare del fatto che il Paese Ospite del 2014 è la Scandinavia... lacrime di gioia. 

La prima volta che sono stata a questa festa dell'editoria indipendente in versione pisana ero dietro al banchetto della Felici Editore: era il 2009, e stavo svolgendo il tirocinio formativo per l'università. Mi sembrava di essere un pidocchino, lì in mezzo a tutti quegli stand pieni di libri, e poi libri, e ancora libri. Ho portato scatoloni, sono stata in piedi ore ed ore, indossato magliette letterarie, fatto la promoter, mi sono sentita parte di un mondo meraviglioso. Negli anni ci sono ovviamente tornata, sempre con maggiore consapevolezza, di venerdì mattina presto, in solitaria, per godere al meglio ogni Casa Editrice, poter sfogliare con calma le ultime novità, comprare libri che non ho ancora letto, scambiare quattro chiacchiere con gli editori, e poi ritrovare gli amici, fumare una sigaretta al freddo, fermarmi un secondo e ritrovarmi a sorridere come una deficiente. 

Quest'anno ci vado in missione, più carica che mai, praticamente starò accampata lì fino a domenica; pian pianino, senza strafare (questo è per Madre), ma con la voglia di prendere tutto ciò che un evento del genere è in grado di dare a chi di libri vive. 

Vi prometto un reportage come si deve, liste di libri da comprare, foto carine e autunnali, qualche scoop e tanto ammòre. E se proprio non ce la dovessi fare... ricordatemi così :-). 

A prestissimo, e buon Festival!

B.  

martedì 21 ottobre 2014

5. Carlo Bernari, Tre operai

Avvertenza: sto per tirarvi un pippone allucinante. Poi non dite che non vi avevo avvertito. 

Goffredo Fofi recensisce l'ultima edizione di Tre operai di Carlo Bernari, uscita nel 2011 per merito di Marsilio, che ha curato una collana di tascabili interamente dedicata al Novecento italiano. Applausi. Io ho però letto il romanzo in una vecchia edizione Mondadori, anzi in due: quella del 2005 e quella 1975, ovviamente la mia preferita: pagine ingiallite e odore di storia. Tre operai è il romanzo d'esordio (e a detta di tutti, il migliore) del buon Carlo Bernari, che in realtà di cognome faceva Bernard perché la sua famiglia era di origine francese. Ma lui è nato a Napoli, ed infatti si inserisce a bomba nel filone dei meridionalisti. Questo romanzo è frutto di diverse riscritture, ed esce nel 1934 per merito di Cesare Zavattini, a cui l'autore dedica appunto le sue sudate carte, perché era stato l'unico che ci aveva creduto abbestia. E a ragione, aggiungo io! Per i temi trattati il romanzo fu curiosamente male accolto dal regime fascista, che ne vietò la diffusione. Fine dei cenni storici.

Al ginnasio avevo un curioso professore di italiano leggermente affezionato al Neorealismo; come conseguenza, io, i miei compagni ed intere generazioni di studenti, alla tenera età di quattordici-quindici anni ci siamo sparati libri leggeri e scorrevoli come Fontamara di Silone, Gente in Aspromonte di Alvaro, Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi. Roba che andava giù come niente, insomma. Dopo Fontamara (tanto tanto amore) ho attraversato un periodo di disagio infinito (toh!) e quindi ho un attimo perso le fila della questione, ma dentro di me ormai si era sedimentata la passione per quel tipo di letteratura, che ho continuato a coltivare in anni più felici. Metello, Il sentiero dei nidi di ragno, La ciociara, Uomini e no, solo per citare alcuni dei capisaldi della mia biblioteca. Insomma, tutto questo per dire che ho letto Tre operai con gioia, trionfo e nostalgia.

Si tratta di una storia dove (stranamente) il disagio regna sovrano. È un disagio triste, cupo, che ti si attacca ai vestiti e non concede niente. I tre operai in questione sono Teodoro, il protagonista, Anna, uno dei personaggi femminili più ben delineati della narrativa italiana contemporanea, e Marco. Si incontrano inizialmente in una lavanderia industriale di Napoli, tra i fumi tossici, i macchinari antiquati e le speranze represse. La città stessa è lontanissima dai ritratti paesaggistici che ne erano stati fatti fino ad allora, ed assume invece il carattere della metropoli che ti opprime e ti risucchia, dove piove costantemente e tutto appare slavato e malinconico. I tre personaggi vi si muovono e ne sono respinti, tant'è che cercheranno di fare fortuna altrove, Teodoro e Marco a Taranto, per poi passare anche dal fronte, ed Anna a Roma. Alla fine però si ritroveranno a vivere tutti insieme, in una misera casetta fuori Napoli, sprofondando sempre più nella desolazione e nel baratro. In mezzo, i dissidi interiori sulla lotta di classe, la rivoluzione operaia, l'occupazione delle fabbriche del 1921; l'ascesa del regime fascista, l'impossibilità di combattere, l'immobilismo come condizione esistenziale. Teodoro vorrebbe solo essere libero, ma nemmeno lui sa cosa sia questa libertà tanto aspirata. Anna muore, divorata dalla malattia, e la sua morte è «un emblema disperato di solitudine» [Geno Pampaloni].

Oltre alle tematiche affrontate, che hanno contribuito a designare Tre operai come romanzo anticipatore del Neorealismo (anche se in questo caso i personaggi non incarnano nessun ideale di progresso, non sono eroi positivi, bensì poveri cristi), la novità di Bernari è quella di utilizzare una struttura narrativa nuovissima per l'ambiente letterario italiano (retaggio della sua giovinezza passata a fare scorribande negli ambienti avanguardistici parigini): la terza persona, infatti, concede delle incursioni nella mente di Teodoro, facendoci assaggiare dei pezzi di monologo interiore che costringono ancora di più a fare i conti con la vita spezzata, ansiogena e senza direzione del protagonista. Bernari però trova lo spazio anche per commoventi momenti di lirismo, che lo avvicinano comunque al Decadentismo ancora dominante in Italia.

Se ancora non si è capito, questo romanzo va letto assolutamente, perché è parte integrante del nostro dna, perché è inspiegabilmente poco conosciuto, perché è come ricevere uno schiaffo dritto in faccia, tante sono le riflessioni che porta a fare sull'Italia di oggidì. Vi lascio con un tocco sentimentalista e di parte, tratto dalla Prefazione a Il sentiero dei nidi di ragno scritta da Calvino nel 1964 per una nuova edizione del suo primissimo romanzo, uscito nel 1947.

Il "neorealismo" non fu una scuola. (Cerchiamo di dire le cose con esattezza). Fu un insieme di voci, in gran parte periferiche, una molteplice scoperta delle diverse Italie, anche - o specialmente - delle Italie fino allora più inedite per la letteratura. [...] La caratterizzazione locale voleva dare sapore di verità a una rappresentazione in cui doveva riconoscersi tutto il vasto mondo: come la provincia americana in quegli scrittori degli Anni Trenta di cui tanti critici ci rimproverarono di essere gli allievi diretti o indiretti. 
In sintesi: 

  • Paese: Italia.
  • Prima edizione originale: 1934.
  • Data recensione Fofi: 22 settembre 2011.
  • Pagine: 207.  
  • Periodo di lettura: 27-31 dicembre 2013.
  • Consigliato: abbestia

B.

mercoledì 15 ottobre 2014

Viva viva il #socialbookday!

Il sito Libreriamo.it promuove, per il secondo anno consecutivo, il Social Book Day. Si tratta di un'iniziativa che propone di invadere i social network con l'hashtag #socialbookday, per diffondere ovunque il proprio ammòre smisurato e sconfinato nei confronti dei libri e della lettura. Volevate che io non vi partecipassi??? Che rimanessi indietro? Che passassi tutto il pomeriggio a dormire? Ebbene no! 


Quindi eccomi qua a sproloquiare sul Grande Tema, per la vostra immensa gioia. Qualche tempo fa ero ancora un essere piuttosto schivo e che trovava difficile anche solo chiedere un'informazione ad uno sconosciuto. Stavo ore ed ore a scrivere brani di diario paranoici ed introversi, e non riuscivo a comunicare un pensiero, un'idea, un'opinione una. Poi all'improvviso sono diventata un animalino sociale, e adesso parlo anche un po' troppo. Ho imparato ad essere kamikaze, e a costo di essere inopportuna cerco sempre di esprimere tutto quello che partorisco nella mia giovine testa, non solo scrivendo ma anche a suon di blablabla. Tutto questo per dire che sono una fan sfegatata della condivisione. E con gli anni ho capito anche che il mondo sta prendendo una direzione, quella del condividere come se non ci fosse un domani. Si potrebbero fare grandi discorsi in proposito, ma siccome poi diventerei noiosa e pedante, dico soltanto che ho mollato i freni, e guardo alle iniziative come quella del #socialbookday con gioia ed entusiasmo.


I social network sono una grande opportunità per il mondo dell'editoria tutto. Le pagine delle piccole e medie case editrici possono fare pubblicità alle proprie uscite e al loro lavoro gratuitamente e diffusamente, così come le librerie indipendenti possono far conoscere le loro realtà; le biblioteche possono essere più vicine ai loro utenti, i lettori si possono incontrare, si possono scoprire curiosità grazie a pagine dedicate, ed essere sempre aggiornati su quello che avviene. Io lo vedo un po' come un grande Caffè Letterario del Terzo Millennio, da cui poi si possono creare occasioni di incontro reale, certo, ma anche rimanendo dietro al proprio schermo si ha una possibilità in più di entrare in nuovi mondi, vicini e lontani. Anche solo aprendo questo blog ho scoperto un sacco di cose che fino a poco fa ignoravo completamente, sentendomi finalmente parte di qualcosa che cercavo da tempo, e quindi plaudo al #socialbookday che si impegna a diffondere sempre di più l'importanza di questi spazi, e il sempre imperativo categorico del leggete, leggete, leggete!   

Una delle proposte per celebrare il #socialbookday è quella di citare una frase di un libro che ci sta particolarmente a cuore. Ebbene, devo confessare che le citazioni non mi sono mai piaciute più di tanto, e raramente mi sono ritrovata a ricopiare brani dai libri, non so perché! Però mi sono messa a spulciare in un po' di vecchie cose, ed ecco a voi una delle poche frasi che è davvero rimasta dentro di me, perché poi chi lo sa: 

«Negli occhi della gente, nel loro andamento lento, faticoso, nel chiasso e nel frastuono, le carrozze, le automobili, i tram, i furgoni, gli uomini-sandwich che vanno avanti e indietro col loro passo strascicato e ondeggiante, le bande e gli organetti; nel trionfo e nel tripudio e nel canto stranamente acuto di un aereo, ciò che amava era: la vita, Londra, quell'attimo di giugno». Virgina Woolf, Mrs Dalloway. 
B.

lunedì 13 ottobre 2014

4. Emmanuel Carrère, Limonov

La recensione di Fofi è in questo caso particolarmente magnetica ed ispirante, e a lettura ultimata ho trovato che rendesse assolutamente giustizia a questo originalissimo romanzo. I superlativi e gli avverbi si sprecano, ma vi assicuro che questo libro, edito da Adelphi, è un trip allucinante. 

Praticamente Carrère nel 2006 si trova a Mosca, durante la silenziosa manifestazione commemorativa dei parenti delle vittime del teatro della Dubrovka, e tra la piccola folla scorge un volto noto, quello di Eduard Limonov: lo aveva conosciuto a Parigi all'inizio degli anni Ottanta, quando appariva come «un tipo sexy, smaliziato, spiritoso, che sembrava al contempo un marinaio in libera uscita e una rock-star». Erano i tempi in cui le case parigine raccoglievano i nuovi scapigliati, tra cui appunto questo strano scrittore russo, che «non era un romanziere: sapeva raccontare soltanto la sua vita», ma ci riusciva benissimo.
Anni dopo, il giornalista francese Patrick de Saint-Exupéry stava preparando il lancio di una rivista di attualità, e chiese a Carrère un argomento per il primo numero. Lui rispose subito, senza indugio, Limonov, che nel frattempo aveva fondato in Russia il Partito Nazional Bolscevico. Così i due si incontrano nuovamente, passano due settimane insieme, e l'idea iniziale di un articolo si trasforma presto in un romanzo-biografia-reportage incentrato sulle gesta di questa sorta di anti-eroe, che sembra talmente assurdo da essere frutto della fantasia dell'autore, e che invece è quanto mai reale.

Una delle costanti che il lettore ritroverà in questo libro è infatti il senso di straniamento che deriva dalla sensazione di stare leggendo una storia realmente accaduta, perché Emmanuel Carrère riesce nel difficile compito di trasformare una vita, già di per sé avventurosa, in Letteratura. Perché con Limonov riesce a raccontare una storia che riguarda tutti noi, anche se ci sta parlando di un individuo che «è stato teppista in Ucraina, idolo dell'underground sovietico, barbone e poi domestico di un miliardario a Manhattan, scrittore alla moda a Parigi, soldato sperduto nei Balcani; e adesso, nell'immenso bordello del dopo comunismo, vecchio capo carismatico di un partito di giovani desperados». Non tutte le parti del romanzo, suddiviso nelle varie fasi della vita del protagonista, hanno destato in me lo stesso interesse, ma nel complesso è stata una lettura appassionante e molto intrigante, che spinge nell'abisso della sovversione dei canoni tradizionali di bene e male, come deve sempre fare, a mio avviso, la buona Letteratura (come viene sottolineato anche su questo bell'articolo pubblicato su minima&moralia).

Proprio oggi, per caso, mi sono imbattuta in un articolo su Doppiozero, in cui Marco Belpoliti prosegue la conversazione iniziata al Festivaletteratura di Mantova con il professor Gian Piero Piretto, a proposito di Putin e dell'animo russo. Si tratta di un pezzo molto lungo ma allo stesso tempo estremamente piacevole ed interessante, che si prefigge di esplorare le peculiarità di un popolo dalle infinite sfaccettature. Tra i vari concetti delineati, due in particolare mi hanno fatto pensare a Limonov, quello della malinconia russa e quello dell'eterno conflitto tra Occidente e Russia, perché penso a Limonov come all'incarnazione di tale opposizione: lui è stato ed è, allo stesso tempo, dentro e fuori la Russia, rappresentante contemporaneo della fine di un sogno, e come ci ha mostrato Carrère, una leggenda vivente contro il cinismo dilagante. 

Ritorno un attimo alla mia consueta idiozia, abbandonata non so perché in questo post, dicendo che niente, questo libro è tanto tanto figo! 

In sintesi: 
  • Paese: Francia.
  • Prima edizione originale: 2011.
  • Data recensione Fofi: 24 ottobre 2012.
  • Pagine: 356.
  • Periodo di lettura: 6-26 dicembre 2013.
  • Consigliato: abbestia.
B. 

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